Marzo 28, 2003

Garden of Eden

A New York ci sono 4 negozi alimentari denominati Garden of Eden che meritano davvero una visita.
Ho scoperto per caso uno di questi negozi, ma la vetrina e il primo sguardo all’interno non mi hanno lasciata indifferente. Immaginatevi dei banchi con la frutta fresca ben esposta, con la verdura bella e profumata, con le olive in salamoia nelle vasche, con la frutta secca di ogni specie sia sfusa che confezionata. Sembra un mercato con le primizie.

Poi c’è la gastronomia dove si trovano per di più prodotti italiani. E ci vedi le persone, con una strana calma, a leggere le etichette, a guardare i barattoli, a scoprire la bellezza di certa frutta e verdura … insomma un Eden.

Mi ha intenerita questa lettera pubblicata su Slow Food e mi ha riportato alla mente la visita al negozio Garden of Eden. Ci sono tornata la seconda volta a comprare le lattine della Campbell. Ne cercavo una grande, grande da mettere in cucina :-)

Ecco qui la bellissima lettera di Nikki Rose che vive a Creta, dove è cuoca e giornalista enogastronomica e si occupa in particolare di stili alimentari a rischio di estinzione

Stati Uniti - 27/03/2003

Sono tornata da poco a Washington D.C., la mia città natale, dopo un soggiorno in montagna durato tre anni. Non sono stata sulle Blue Ridge, negli Appalachi, ma sul massiccio di Rodopi, in Grecia. Ho notato che nel corso della mia assenza si sono consolidate molte mode nuove, come quella di sorseggiare caffé camminando per strada. La pausa pranzo è stata ridotta a una manciata di minuti, e a mezzogiorno i quartieri amministrativi si riempiono di folle di impiegati intenti a consumare hot dogs, tranci di pizza, o panini imbottiti dai ripieni fantasiosi. I livelli di stress sembrano ingigantiti a dismisura, e tutti paiono affannarsi, che ne siano costretti oppure no. Pranzare in un ristorante decente è ormai quasi come mangiare in una catena di fast food: un’esperienza ingodibile per il semplice fatto che tutti sembrano obbligati a pulire il piatto in 12 minuti al massimo. Mi sono sentita a disagio per essermi adattata ai ritmi dei pasti greci, che consistono nel trascorrere due o tre ore chiacchierando e sbocconcellando lentamente piccole porzioni di cibo. Certo, il mio lavoro era sempre stressante, ma tutto il resto no. Quando vivevo a Washington, nessuno mi avrebbe definito una persona “normale”, ma ora che ci ero tornato mi rendevo conto di essere irrimediabilmente tagliato fuori dai riti sociali. Come mai? Socializzare in modo conviviale era diventata forse un’attività illegale? Provai un senso di sollievo scoprendo che i miei amici e i miei familiari, ogni volta che ne avevano l’occasione, partecipavano a cene la cui lentezza rasentava l’illegalità.

In quello che era stato il mio vecchio quartiere, avevano finalmente aperto un nuovo supermercato di lusso, che era diventato IL Supermercato. Si trattava di un grande salto di qualità, dal momento che per decenni avevamo patito la sventura di trovarci in una zona gastronomicamente morta situata poco a nord del distretto finanziario. Per chi ha provato il bisogno di sottoporsi a una cura psicoanalitica specialistica immediatamente dopo aver fatto acquisti obbligati nell’unico supermercato aperto, gestito da persone apparentemente gentili che si trasformavano in mostri non appena qualcuno avesse varcato la soglia, e dove lo spettacolo di frutta e verdura in putrefazione faceva quasi piangere, IL Supermercato gastronomico appariva come il segno di una salvezza a lungo attesa.

Ci misi piede per la prima volta in compagnia di un mio amico cuoco di New York: eravamo pieni di aspettative. IL comparto frutta e verdura offriva uno spettacolo meraviglioso: un brillante arcobaleno di verdure fresche toccava il soffitto. Sospesi su ogni prodotto, c’erano cartelli con la dicitura “convenzionale” e “biologico” che parevano illazioni sulla qualità dei prodotti in attesa di giudizio. Tarassaco biologico ... incredibile, soprattutto per uno come me che dedica un giorno intero alla raccolta e alla preparazione delle erbette selvatiche. Mi sono data alla pazza gioia: porri, tarassaco, rucola, bietole, rapanelli, un po’ di questo e un po’ di quello. Poi, rimasi colpita dal prezzo delle carote biologiche. Il mio amico di New York non è uno che si impressiona molto facilmente, ma vedendomi boccheggiare davanti al prezzo delle carote, e sentendomi sbottare che 12 dollari al chilo era un prezzo un po’ eccessivo, arrossì come un pomodoro idroponico.

Circondato da un piccolo pubblico, iniziai a dar voce alle mie idee sull’insostenibilità dell’agricoltura ... Ora so perché la gente non ha più tempo di cucinare: bisogna lavorare il doppio per potersi permettere verdure biologiche. Lo so che produrre alimenti biologici in un mondo infestato da tossine è cosa assai ardua, ma alcuni di quei prezzi erano davvero eccessivi, e indubbiamente al di sopra delle possibilità economiche della gente comune, come me. Avviai il dibattito sull’enorme differenza tra i miseri guadagni dei produttori di biologico e gli enormi profitti lucrati dal Supermercato. Il mio amico iniziò a guardarsi nervosamente le spalle, o perché prevedeva uno scontro con qualcuno della sicurezza, o semplicemente per individuare una via di fuga.

Nel posto dove abbiamo scelto di vivere, il mio compagno e io comperiamo l’olio d’oliva più paradisiaco del mondo direttamente dal produttore, ovvero direttamente dal rubinetto dell’oleificio del paese. Dobbiamo prendere un appuntamento, cioé dobbiamo far sapere al produttore che gli faremo visita, sperare che ci sia, fermarci a cena, salutare i bambini e riempire il cassone dell’autocarro con quella delizia liquida che costa tre dollari al litro. Al Supermercato, fui colpito dalla eccezionale selezione di oli d’oliva proposti. Speravo anche che i clienti lo comprassero, perché so che chi coltiva le olive merita ogni centesimo guadagnato in quella valuta debole. E poi, fa bene alla salute, come dicono tutti eccetto i portavoce delle industrie di olio di semi di arachidi e di prodotti caseari.

Io e il mio amico ci attardammo dunque qualche minuto nella sezione dedicata alla fonte della giovinezza per vedere quali fossero le etichette alla moda, quelle che sparivano subito. I clienti si fermavano ed esaminavano attentamente prezzi e bottiglie. C’era chi si faceva incantare da mezzo litro di prodigio commerciale francese sotto forma di attraenti bottigliette a 18 dollari l’una. Ma la maggior parte dei clienti si limitava a guardare il comparto: confusi, davano un’occhiata e se ne andavano. Il prodotto venduto con l’etichetta del negozio, descritto semplicemente come olio d’oliva extra vergine italiano spremuto a freddo, aveva un prezzo ragionevole. Era esaurito! Fantastico! Evviva! Complimenti al Supermercato, che ha reso accessibile al popolo l’olio d’oliva extra vergine spremuto a freddo! Quantità enormi di olio di oliva sfuso di tipo “robusto” proveniente dalla Grecia vengono spedite in Italia, dove vengono miscelate con l’olio extravergine italiano, più leggero, e imbottigliate e etichettate come prodotto italiano. Ma in fondo, non è meglio così? Dopotutto in questo modo aiutiamo gli agricoltori di due Paesi con un solo prodotto!

Posted by Valentina Ambrosini at Marzo 28, 2003 11:15 AM