Maggio 21, 2003

Lo zafferano, il liquore Strega, il premio, i broccoletti, il coniglio e la pasta al forno

Sfoglio una rivista allegata ad un famoso quotidiano e scopro una foto che ritrae i simboli campani: il cornetto, la mozzarella di bufala e il liquore Strega.
E mi insinuo in una ricerca che mi porta a scoprire il liquore Strega, ad approfondire l’utilizzo dello zafferano ed a riscoprire un breve racconto di Margaret Mazzantini.
Ecco a voi il risultato.

Il liquore Strega nasce dalla distillazione a caldo in piccoli alambicchi di circa 70 erbe e spezie provenienti da paesi dell'Europa, del Centro America e dell'Oriente e riceve il caratteristico colore giallo dallo zafferano aggiunto nella infusione alcolica.
Vengono miscelate la cannella di Ceylon, l’Iris fiorentino, il pepe giamaicano, il ginepro degli Appennini e la Menta Selvatica.
Dopo la macerazione, alle erbe viene aggiunto alcol di frumento in modo da ottenere un infuso.
La miscela viene distillata lentamente secondo i metodi tradizionali usando alambicchi a collo di cigno viene poi aggiunto lo sciroppo di zucchero ed infine un tocco di zafferano.

Per i curiosi, lo zafferano è estratto dagli stami dei Crocus. Ottanta chili di questi fiori, raccolti a mano, danno solo 500 grammi di Zafferano. Questa è la ragione per cui è considerato una delle spezie più preziose al mondo.

Nel 1860, anno di nascita del Liquore Strega, la città di Benevento era un'enclave dello Stato Pontificio. Situata a metà strada tra Roma e Napoli, la città era, secondo un'antica leggenda, luogo d'incontro delle streghe di tutto il mondo.

Giuseppe Alberti, originario di S.Felice a Cancello (nel Regno delle Due Sicilie, tra Napoli e Caserta), si rifugiò a Benevento in seguito ai moti carbonari, quando il padre Carmine Vincenzo fu perseguito dai Borboni per le sue idee liberali. Nella città sannita decise di fondare, dopo essere stato un abile commerciante di vini, una fabbrica di liquori, che inizialmente produceva soltanto un infuso distillato da una sola erba, seguendo un'antica e segreta ricetta che era riuscito a carpire dai monaci del monastero locale.
Giuseppe cercò, con l'aiuto di suo padre, speziale, di perfezionare la ricetta, ma i risultati tardavano a venire.

Allora il giovane Alberti, consapevole del fascino e dell'interesse popolare che ruotava intorno alla leggenda delle Streghe di Benevento, decise di abbinare la nascita del suo liquore al mito, ancora vivo nella tradizione popolare, secondo cui esisteva un filtro d'amore, preparato dalle Streghe per unire per sempre le coppie che lo bevevano.

Il Liquore Strega fu presente nei primi spot radiofonici degli anni '30 e nel primo Carosello trasmesso dalla Rai nel'54. Molti i testimonial celebri sul piccolo e sul grande schermo; indimenticabile negli anni '60 Sylva Koscina con lo slogan "Il primo sorso affascina, il secondo Strega".

Strega, non è solo da decenni sinonimo di prodotti di qualità, ma dal 1947, è il nome del più importante premio letterario italiano.
Nella scorsa edizione il premio è stato vinto da Margaret Mazzantini che mi ha emozionato con questo breve racconto.

“Penso spesso alla vecchiezza, alla materia che s’appassisce, ai sensi che si fanno fiochi. Dentro ognuno di noi c’è un vecchio, uno scheletro fragile e uno sguardo sperduto che ci aspettano. Da un certo punto della vita non puoi più tirarti indietro, devi accudire il tuo vecchio interiore. Negarlo, farci a cazzotti non ti gioverà. Un giorno sarai vecchio. La tua testa e le tue ossa andranno peggio, la tua memoria ti diventerà nemica. Non ricorderai le cose che ti servono per campare, i nomi, gli indirizzi, i numeri di telefono. Ricorderai invece come accadesse adesso il passato più remoto. La memoria sarà solo uno strumento di tortura. Mia nonna finì in sedia a rotelle, rimbecillita dai farmaci e da un ictus, piangeva un figlio morto cinquant’anni prima che aveva ripreso a morirle davanti straziandola.
Era stata una donna forte e giusta, ma senza nessuna fiducia, senza ottimismo. Da vecchi si raccolgono i frutti di un carattere, del tuo sguardo, dei tuoi gesti nel mondo. Mia nonna mi dava i consigli di una volta: semina bene che raccoglierai meglio.
Ho cercato di darle retta. L’ho accudita, difesa dalla vecchiaia, da quella atroce malattia che le toglieva la sua dignità di persona e le affibbiava solo un numero, quello del suo letto di ospedale. E l’ho vista resistere, difendere temeraria quell’avanzo di vita.
La vecchiaia, mi sono detta, ha una sua follia e una sua luce. Mia nonna è morta senza ristoro, cercando ancora la vita. Sarò così?, mi sono chiesta. O posso sperare in una dolcezza diversa? A me piacciono i vecchi, le labbra ruvide, vetrose e dentro quel luccichio scuro. Il cratere della morte o forse della rinascita. La vecchiaia è il luogo più vicino al mistero. Si fanno sogni divinatori, visioni. Non si ha più paura. La solitudine lascia le porte aperte. Il passato ti pascola nel presente, accanto ai tuoi angeli, ai tuoi morti. Non ho mai percepito la vecchiaia come il luogo dell’abbandono, dello spopolamento. Mi sembra piuttosto un pozzo di suggestioni dove ricostruire la propria vita in termini immaginifici e simbolici. Una volta i vecchi avevano una loro funzione sociale, nella civiltà contadina erano i depositari dei segreti della terra, delle stagioni. Il loro sguardo velato serviva ancora a indovinare il cielo, la gelata che si avvicinava.
Oggi che il salto dal pensiero analogico al digitale è stato così facile e rapido, I vecchi sono un pensiero che non vorremmo proprio avere. I vecchi non navigano in Internet, si interrano in un buco del passato e restano lì dentro come talpe. I vecchi puzzano, la loro pelle è aspra. I vecchi sono lenti. Solo le industrie farmaceutiche li reclamano in vita.
Ti chiedi che cosa ne è di quell’appropriazione graduale di sentimenti e conoscenze che la vita dovrebbe essere, con I suoi cicli biologici, la sua fertilità, il suo riposo. Le piante d’inverno perdono le loro foglie, quegli scheletri nudi sono bellissimi, sono un’altra forma della vita.
Da dove sgorga questa voglia di violentare il ciclo perenne della vita? Conosco donne tirate come linci, le trovo simpatiche, anche se mi spaventano, non so più che età hanno e non le riconosco. Anche loro non sanno chi sono ma sembrano abbastanza contente. Non cercano neppure se stesse da giovani, cercano un’altra persona con cui ricominciare. Labbra gonfie come brioche, occhi spalancati e fermi come farfalle sotto vetro. Chi sei? Quale mondo ti ha confezionato? Nessun chirurgo potrà rimpannunciarci l’anima. Lo sappiamo, la vecchiaia è il tempo degli acciacchi, delle gambe che non seguono i tuoi slanci, dei gesti che arrivano in ritardo. Ma quel ritardo ha anche una sua piega dolce.
Sei fuori dal mondo della competizione, puoi contemplare, avvicinarti al cielo, prenderti il tempo lungo di una lettura che non hai mai fatto, di un viaggio. Perchè c’è un modo lieve di scivolare nell’ultimo lembo di vita. La vecchiaia è il momento della restituzione, si posano le armi della bellezza e della forza e si restituisce il fiato più vero di noi stessi. Si dice grazie alla musica, agli alberi, alle persone amate. Si prepara la valigia.
Mia madre ha tante rughe sottili, ha una pelle fina come la mia. E’ sempre stata una donna gentile. Il suo amore per il mondo, le sue speranze sono ancora intatte nello specchio d’acqua dei suoi occhi. Mia suocera invece si arrabbia spesso con il soffitto. Vede in televisione la gente che soffre e litiga con Dio come fosse uno come noi che non si comporta bene.
Intanto cucina, per lei l’amore passa attraverso il cibo. Mi porta i broccoletti, il coniglio, la pasta al forno.
Prende tre autobus per raggiungere un mercato dove le arance costano meno.
Suo figlio è un uomo famoso, qualcuno ogni tanto glielo dice, lei scuote le spalle. Non vuole prendersi alcun merito , è solo contenta per lui. Si sente nessuno, non sa che è una donna eccezionale.
Tiene in braccio i nipoti come tenesse le stelle.
Tutti I miei figli si sono addormentati nel suo corpo massiccio. La sua vecchiaia mi sembra calda come la sua cucina. Ci sediamo e mi racconta la sua vita. E’ umile con il mondo di oggi. Non si indigna di nulla, capisce tutto. Non ha paura di morire.
Ride. Le ho chiesto dell’aldilà, se ci crede. Qualcosa ci sarà, mi ha risposto, qualche cosina.
Mi piace spiare la vecchiaia che sarò. Da una baracca a ridosso del parco dove si portano a spasso i cani, arrivano le note di un liscio, dai vetri scorgo dorsi di anziani che ballano.
Gli uomini sostengono le donne, dritti, impeccabili, ripropongono i gesti della loro gioventù, gli sguardi malandrini. I vecchi sanno ballare, sanno tenere una mano aperta sulle spalle di una donna, sanno muovere il bacino.
Hanno case vuote, pensioni di merda, hanno un cane. I vecchi danno da mangiare ai gatti. I vecchi fanno l’amore, si godono la carne con una passione calma, nella penombra perchè si sentono indecenti.”



Posted by Valentina Ambrosini at Maggio 21, 2003 11:39 AM