Alle pendici del monte Iwate si trova quella qualità di sesamo che noi chiamiamo “d’argento” e che è così diverso, così unico che solo assaggiarlo mi ricorda la primavera.
Mangiavo quotidianamente quel basso sformato freddo di uova che i giapponesi chiamano tamago e mi sforzavo di cogliere la differenza tra quello che avevo davanti e quello che avevo mangiato il giorno prima.
In realtà Reiko conosceva più di venti tipi di sesamo e una voltà si provò a enumerali tutti nell’ordine gerarchico che viene loro tradizionalmente assegnato per rarità e squisitezza.
Mi resi conto che il patrimonio di sfumature che Reiko disponeva era praticamente illimitato.
Per lei la bontà di un cibo, o la bellezza di un oggetto e di un paesaggio non erano valori assoluti ma relativi.
Perché fossero reali dovevano essere comparabili ad altre bontà o altre bellezze.