Novembre 05, 2003

Cosa metto nel piatto a questi bambini?

Gli italiani nel mondo fanno tante cose. Cose buone e meno buone, utili e inutili, razionali e surreali. Accomunate, quasi sempre, da una caratteristica: sono cose sorprendenti. E' come se ci fosse, nel profondo del carattere nazionale, un deposito di eccentricità pronto a uscire. E quando avviene l'eruzione, è uno spettacolo. Può sembrare un esordio insolito, vista la storia che intendo raccontare.

Sto viaggiando in Brasile, e lunedì ho trascorso la mattina nella favela della Roçinha, la più grande tra le ottocento di Rio de Janeiro. Nulla di particolarmente esotico, né coraggioso. Le favelas sono ormai materiale letterario e cinematografico: andate a vedervi "Cidade de Deus", ambientato qui vicino. E gli stranieri costituiscono una polizza di assicurazione: i narcotrafficanti che le controllano sanno che, finché siamo in giro, la polizia non spara (be', non dovrebbe). Con queste certezze in testa ho chiesto a un taxista perplesso di portarmi da Ipanema fino all'imbocco della Roçinha, che passa per essere la più vasta favela del Sudamerica: un'immensa colata di casupole e baracche, che scende dalla montagna verso il mare, e ospita duecentomila persone. Avevo appuntamento con un numero di cellulare, perché con Barbara Olivi non avevo parlato. L'aveva chiamata Rocco Cotroneo, corrispondente del "Corriere" in Sudamerica, chiedendo se poteva dedicarmi una mattina. Barbara ha detto sì. E non l'ha detto come l'avrei detto io se fossi stato al suo posto: con sufficienza sospettosa. No: ha accettato con gioia. E questo, devo dire, ha cominciato a preoccuparmi. Barbara Olivi è un'energica bionda reggiana, e di mestiere faceva l'agente immobiliare a San Donato Milanese. Un giorno s'è stancata, ed è venuta in Brasile: fin qui, tutto regolare. Da queste parti gli stranieri cercano svolte, catarsi, rifugio, oblio, ripartenze. Il luogo è morbido e magico, e offre familiarità esotica (la lingua e i ricordi sono europei, le novità americane), insieme a "una gestione teutonica del piacere" (cito Cotroneo). Se questo Paese dovesse tassare le crisi esistenziali dei nuovi arrivati, risolverebbe il problema del debito estero. La cosa strana è accaduta più avanti. Barbara Olivi ha conosciuto la favela ed ha deciso di restarci. Ha imparato a scalare le strade invase dai rifiuti, dove i gatti fuggono davanti ai topi. Ha evitato di far domande sui narcogovernanti locali, e sui loro deliri a base di armi donne samba e cocaina. Ha preferito aiutare le giovani mamme con sette figli e nessun marito, e per farlo ha messo in piedi un asilo schiacciato contro la montagna. I suoi bambini hanno due sole ricchezze: la vita e l'Atlantico sullo sfondo. Ci arrampichiamo verso quella povera umanità perpendicolare dentro un fetore che Barbara ormai non sente più. Parla della violenza sulle donne, del "vicolo degli sconvolti", dove la droga si compra e si consuma sul posto, come la pizza. Racconta di ragazzi morti per overdose di trielina e mi presenta adolescenti che hanno negli occhi la data di scadenza. Parla senza disperazione: anzi, sorridendo. Matta? Non credo: serena, come tutti gli uomini e le donne che sanno di non cambiare il mondo, ma credono di poterlo migliorare. Magari pochissimo. Ma è meglio di niente. E' curioso: il territorio delle favelas, dove i cattolici battono in ritirata di fronte alle aggressive chiese evangeliche, riconquistato da un'immobiliarista nata a Reggio Emilia. Un tipo di cui la gente si fida, forse perché non è un ministro, non è una delegazione, non è un'organizzazione non governativa. E' solo un'italiana bionda con un cellulare vecchio modello e un indirizzo email (barbaraolivi@hotmail.com). Una donna che ogni giorno deve pensare, prima che allo stato del mondo o al futuro del Brasile: cosa metto nel piatto a questi bambini? Come li lavo, li vesto e cerco di fargli dimenticare quello che vedono in casa? Morale? Nessuna. Dico solo questo. E' possibile, considerata la bellezza di questo Paese, che "Deus é Brasileiro", come dice il titolo d'un altro film. E' probabile, pensando alla Roçinha, che il diavolo abbia la stessa nazionalità. Ma è sicuro che sul posto s'aggirano angeli italiani. Uno faceva l'agente immobiliare a San Donato Milanese, e non molla.
Corriere della Sera - 30 ottobre 2003
Quell'angelo italiano nei vicoli della favela. Beppe Severgnini


Vi sto scrivendo dalla mia favelina stranamente silenziosa

E’ un tranquillo lunedì sera e vi sto scrivendo dalla mia favelina stranamente silenziosa. Da quando giovedì 30 ottobre è apparso l'articolo sulla mia attività a Roçinha, ho avuto a che fare con quell´Italia che tutti vorrebbero conoscere. L´Italia che non ha dimenticato la povertà di una volta, ancora presente nei ricordi dei nostri genitori; l´Italia generosa e attenta verso le sofferenze dei bambini; un'Italia solidale che sa ancora commuoversi. Con i vostri messaggi mi avete addossato ancora più responsabilitá, quella di non deludervi. E ce la metterò tutta, perché adesso capisco che non rappresento solo me stessa e la realizzazione dei miei desideri; ma porto con me le gioie e i dolori; sogni repressi e frustazioni; la voglia di esserci di tante, tante persone che mi assomigliano. Non sono ancora in grado di rispondere a tutti coloro che mi hanno scritto, ma ogni parola che ho ricevuto mi si è stampata nel cuore che ho cercato di dilatare al massimo per accogliere e rispettare ogni essere umano che immagino dietro a ogni singolo messaggio. Risponderò personalmente a tutti, questa è la mia promessa.
Ma ancora più grande è l´impegno che rinnovo con questi bimbi che allietano la mia esistenza e soddisfano il mio amore. E aspettano che una «tia» bionda o verde, aliena che sia, li prenda in braccio per dargli quella carezza che non hanno mai ricevuto; o li accolga in un asilo che per povero che sia è per me l'asilo più bello del mondo. Amo l´Italia e la mia incredibile famiglia; ma amo questo Brasile tormentato e la mia vita in favela, dove vedo sorgere ogni giorno, da una vita fatta di violenza e di mancanze, il sorriso dei miei/nostri bellissimi bambini. Come vorrei che li conosceste anche voi! Me ne prenderò cura ancora di più, se possibile, e vi scriverò le loro storie, così come voi mi avete scritto le vostre. Mi avete fatto pensare ancora di più alla fortuna incredibile che ho di essere qua; di essere viva; di essere felice; di essere appassionata per quello che faccio, giorno dopo giorno: se solo avessi giornate di 48 ore quante altre cose potrei fare.
Come il nostro bellissimo Cristo che domina Rio dall´alto del Corcovado, anch´io vi accolgo a braccia aperte e vi mando il canto di allegria che questa meravigliosa avventura chiamata vita risveglia in me in ogni momento.

Barbara Olivi, barbaraolivi@hotmail.com

Posted by Valentina Ambrosini at Novembre 5, 2003 11:33 PM