Novembre 03, 2004

Appuntamento con le vongole del capitano Achab

Kerry si è seduto allo stesso tavolo di John Fitzgerald Kennedy, il presidente più amato. All’Oyster House di Boston, il ristorante più antico d’America, che serve molluschi dal 1826.

John Kerry, l'immagine della prudenza in terra, è appena tornato a casa, quando quel po' di gente in Copley Square comincia a gridare e cantare, «Go go Kerry», «Forza Kerry», e anche il cantante John Bon Jovi spara un urlo dal palco: perché su uno schermo, vicino all'immagine della gigantesca bandiera agitata dal vento, è apparso il doppio numero 77-66. Vuol dire che adesso, alle otto e mezzo di sera, Kerry ha 77 voti elettorali, Bush 66; e vince chi arriva a 270. I capi democratici invitano alla calma, ma la piazza si sta riempiendo e si accende. Si aspettano trentamila persone, la festa è in ritardo di mezz'ora, un'ora, un'ora e mezzo, proprio perché nessuno ha voluto rischiare. Ma arriva Ted Kennedy, si lascia andare: «Dopo i Red Sox e i Patriots, un altro trionfo dei bostoniani: abbiamo il nuovo presidente, è di qui, è John Kerry». Boato, «Go go Kerry». Arriva Victoria, la figlia dello sfidante, un sorriso di troppo lascia capire che anche lei è ottimista, molto ottimista, e non per motivi di propaganda. Fra due ore, l'appuntamento: arriveranno insieme Kerry ed Edwards, il numero due. «Allora vedrete», grida una marea di ragazzi, già sicuri che le ostriche hanno portato fortuna. Le ostriche erano e sono quelle dell'Oyster House di Boston, il ristorante più antico d'America - serve molluschi dal 1826 - e anche il luogo dell'anima per tutti i democratici, il nido della tradizione pre-elettorale, là dove si va per affetto e scaramanzia. E dove, alle due del pomeriggio di questa giornata lunghissima, Kerry sedeva al tavolo che fu di John Kennedy.
Momenti storici, per la gente di qui. In realtà, Kerry non ha ordinato ostriche ma «clam chowder», la zuppetta tipica di questa costa, probabilmente prediletta anche dal capitano Achab; e poi «littleneck», quella specie di vongole brune e un po' dure del Nord, molto popolari e amate anche perché costano poco e si dice che aiutino a prevenire il cancro. Ma perle o no, l'ispirazione c'è lo stesso. L'atmosfera, anche. E la speranza pure.
Il tavolo con la «cabina» di legno prenotato da Kerry è appunto quello di Kennedy; il vecchio porto dove due secoli fa si aggiravano spie e rivoluzionari è a due passi, lì dietro; le foglie rosse sui marciapiedi intorno sono quelle così particolari dell'autunno nel New England. E la folla che si raccoglie davanti alle antiche vetrine, con i berrettini rossi dei campioni di baseball «Red Sox», grida «Five more hours»: «Ancora cinque ore» e avrai le chiavi della Casa Bianca. Presagi perfetti, nemmeno le fattucchiere della vicina Salem avrebbero potuto organizzarsi meglio. Ma alla scaramanzia, prudentissimo, Kerry ha dedicato in fondo tutta la sua giornata elettorale: dall'alba, quando nel Wisconsin ha gridato ai suoi «E ora, finiamo il lavoro!»; alle dieci di sera e più oltre, quando nella Copley Square trasformata in palcoscenico da un milione di dollari, trentamila persone hanno acclamato il loro capo, sull'onda dei primi sondaggi tanto eccitanti quanto precari. Lui usciva ed entrava dall'hotel Copley, si sedeva su una poltroncina davanti ai quadri elettronici dei risultati, chiacchierava con i cronisti. E aveva sempre in tasca o nella borsa, lo ha detto più volte, i quattro talismani che non molla mai: la spilletta-quadrifoglio, la piastrina da capitano della Marina riportata dal Vietnam, il portafortuna regalatogli nel New Mexico da un'indiana Navajo, e la nocciolina dell'Ohio («la metterò sulla scrivania della Stanza Ovale, sotto un bicchierino...»). Cielo pieno di nuvoloni, a Copley Square, vento umido dal mare, voci contrastanti da migliaia di seggi in tutto il paese: ma era già festa, da almeno due ore, anche se ancora non vi erano certezze. «Lo dice Drudge Report, il sito Internet: siamo a 50, e Bush a 48! E'sicuro, lo hanno già detto i cronisti del Boston Globe !». Lui, Kerry, il volto da bracco stanco dopo mesi di inseguimento nella foresta, smorzava: «Comunque vada a finire, il nostro paese sarà più forte e andrà avanti. Perché noi siamo americani, ed è questo che dobbiamo fare: andare avanti. Come crede anche il presidente». Pacato, sornione, quasi tenero. Prima però, per 18 ore di fila, aveva ripetuto l'esatto contrario, da mastino e non da bracco: «Chiedete conto al presidente del suo operato. Ora avete una scelta, tutta l'America ha una scelta.
E anche il presidente ha fatto le sue: il crollo nei posti di lavoro, il deficit interno, la sanità in pezzi, l'Iraq allo sbando. George W. Bush ha fatto le sue scelte, quando ha scatenato la guerra sena preparare la pace.
Chiedetegliene conto».
Sono state diciotto ore frenetiche: dalla Florida, con l'ennesimo abbraccio a Bruce Springsteen («Ehi, questo tizio canterà alla Casa Bianca...») a Cleveland nell'Ohio, infine nel Wisconsin e nel Massachusetts.
Diciotto ore apparentemente pianificate in tutto, in realtà lasciate ad un poco di improvvisazione, specie quando il senatore è stato raggiunto dalle sue donne: la moglie Teresa, tutta vestita di verde, e le figlie Vanessa ed Alex. Allora si è avvertito, o almeno così è parso, qualche attimo di commozione: «E'stato un lungo viaggio - ha detto Kerry ai consiglieri e alle sue donne - che abbiamo fatto insieme. Sono commosso dalla nostra gente, dalla bellezza del nostro paese. Vi ringrazio tutti, ne è valsa la pena: ed ora portiamo l'America in un posto più sicuro, e migliore».
Prima mattina a La Crosse, Wisconsin, luogo dove i democratici hanno sempre vinto nelle ultime sette tornate presidenziali, compresa quella del 2000: ancora e sempre scaramanzia. Chiacchierate in Tv, applausi, la mano levata verso gli spettatori in un altro segno propiziatorio, il «cinque» degli sportivi. Poco dopo mezzogiorno, volo fino a Bedford, alla base militare nei pressi di Boston. Alle 13, due passi intorno al Palazzo di Stato del Massachusetts, nel pieno centro della capitale: qui Kerry prende un fascio di volantini, li distribuisce ai passanti entusiasti (America regno della comunicazione: nelle stesse ore, all'altro capo del paese Bush risponde dal centralino telefonico del suo partito).
Alle 13, sempre nel Palazzo di Stato, il voto al seggio elettorale dove il senatore è iscritto. Una poliziotta lo accompagna, la mano sulla spalla, lui impiega naturalmente un millesimo di secondo ad esprimere la sua scelta. . Intanto, Teresa Kerry si è staccata dalla comitiva: è andata a Pittsburgh, Pennsylvania, dove c'è il suo seggio ed anche una delle sontuose cinque dimore della coppia. I due coniugi si salutano con un abbraccio, nuovo appuntamento qui in piazza al tramonto. Adesso John Forbes Kerry, candidato alla guida dell'ultima superpotenza, ha un appuntamento con le vongole del capitano Achab.

di LUIGI OFFEDDU
Corriere della Sera, 3 novembre 2004

Posted by Valentina Ambrosini at Novembre 3, 2004 06:31 AM