Gino, pensandoci bene, poteva nascere solo a febbraio. Gli altri mesi sono del tutto allineati nella loro consequenziale normalità. Febbraio no, si allunga e si accorcia, vive in perenne antitesi col resto dell'anno, è anarchico, controcorrente e terribilmente scomodo. Com'era Gino.
Adesso lo immaginiamo in cammino, avvolto dal suo mitico mantello, mentre s'inerpica per una collina sempre più in salita, camminando su un sentiero tra filari di viti: la sua uscita da questo mondo, col quale ha battagliato parecchio, non potrebbe che essere così. Grazie, questa è la prima parola che ci viene in mente.
«Il peggior vino contadino è migliore del miglior vino industriale»: è una delle tante massime di Luigi Veronelli. Uno dei suoi punti fermi, una delle sue tante battaglie. Vinte e perse. Vinta quella cinquantennale per il vino di qualità, perché la produzione italiana, in mezzo secolo, ha fatto passi da gigante, e ciò grazie anche a Veronelli; vinta anche quella volta a educare gli italiani al gusto e al buon bere; persa, invece - come ammetteva lui stesso - o, comunque, ancora in corso, quella per l'olio di qualità. Una crociata, quest'ultima, intrapresa in tarda età, andando a cozzare contro gli enormi interessi delle multinazionali del settore agroalimentare. Nel febbraio scorso aveva addirittura guidato una marcia in Puglia, sulle banchine del porto di Monopoli, per impedire lo sbarco di olî (anche di nocciola o di arachidi) provenienti dai Paesi nordafricani e poi spacciati sul nostro suolo come extravergine d'oliva italiani.
La scomparsa di Veronelli era nell'aria: l'uomo era malato da tempo (oltre che acciaccato, da qualche anno era quasi cieco), ma, fino a quando ha potuto, ha coltivato i suoi interessi e le sue passioni. Se n'è andato vicino agli ottanta, ma il suo desiderio era quello di arrivare a cent'anni: «Così - diceva - scriverò un libro che intitolerò "Un secolo divino"», con quell'aggettivo, ovviamente, non scelto casualmente. Non ce l'ha fatta, purtroppo.
Veronelli da molti bergamaschi veniva considerato un conterraneo (da tanti anni aveva stabilito la sua residenza, la sua cantina e il suo quartier generale in Città Alta, in via Sudorno, una specie di museo del vino): in realtà era milanese, anche se - così si può dire - «naturalizzato orobico». «Sono nato a Milano ma mi sento bergamasco in pieno», diceva.
Gli esordi da giornalista risalgono all'inizio degli anni Cinquanta e la svolta da semplice cronista a giornalista enogastronomico avviene nel 1956. Luigi Veronelli aveva 30 anni, lavorava al «Giorno» e aveva una grande passione per gli studi filosofici e sociali. Chiese, allora, al direttore del neonato quotidiano milanese, Italo Pietra, di poter scrivere di questi argomenti, ma il capo obiettò: «Abbiamo già importanti filosofi e sociologi come collaboratori su questi temi. Tu non hai qualche altra passione?». Il giovane Veronelli spiegò al direttore che uno dei suoi piaceri più grandi era quello di scoprire e assaggiare i prodotti della terra. Pietra gli diede l'incarico di occuparsene immediatamente. Nacquero così i primi reportage di Veronelli nelle campagne di tutta Italia, inchieste che ebbero risonanza sulla stampa estera.
«Bere vino - spiegava - per me è come ascoltare un racconto, è il compagno privilegiato di un uomo. Per il cibo non è esattamente così, anche se sono contento che oggi vi sia più attenzione ai cibi genuini e si riscoprano i prodotti di una volta. Sono, in fondo, i valori che cantava Lucrezio, l'armonia con la natura. Il vino, però, ti ricorda la storia, la cultura di una terra, la fatica dei contadini che l'hanno prodotto. Il vino, a differenza di un frutto, si ripete e ti regala la gioia del "gusto del gustato". E non è vero che il vino annebbia sempre la mente: Galileo, a un amico che gli aveva regalato una damigiana, ringraziò dicendo che il vino non solo era buono ma lo aveva anche aiutato a risolvere un problema che prima gli sembrava complicatissimo». Diceva anche che un assaggio di Brunello di Montalcino gli ricordava Gustav Mahler.
E sulla storica guerra del vino tra Italia e Francia diceva: «Nelle bollicine vincono i francesi. Lo champagne è un gradino più su del nostro spumante, perché ha una terra con una marna di grandissima profondità. Nei rossi, invece, siamo superiori noi». Mentre non considerava i prodotti del nuovo mondo enoico, e cioè i vini australiani, cileni, californiani e suadafricani: «Non esistono. Sono monotoni, si tratta sempre dei soliti 3-4 vitigni: Chardonnay, Merlot, Cabernet-Sauvignon, Syrah. Non c'è confronto con i 2 mila vitigni italiani».
Negli anni ruggenti - confessava senza il minimo turbamento - era arrivato a fare assaggi (era il suo lavoro, del resto) equivalenti a quattro bottiglie al giorno; poi, con l'avanzare degli anni, aveva ridotto la dose «senza però - precisava - scendere sotto i dieci bicchieri quotidiani». Ed è arrivato vicino agli ottant'anni. Diceva che la resistenza all'alcol è soggettiva, ma comunque riteneva che la dose giusta era quella seguita dal fratello gemello che non andava oltre i due bicchieri a pasto. Tra il serio e il faceto, aggiungeva di considerare gli astemi dei «malati» ma non incurabili: «Possono sempre guarire dal loro malanno. Basta iniziare con un Moscato d'Asti, un Bardolino o un Valpolicella leggero». Lui, invece, aveva esordito a nove anni con una Barbera di 14 gradi, proseguendo sulla stessa linea per altri settanta.
Era chiamato il «principe» dei giornalisti enogastronomici ma lui si schermiva e diceva: «Sono solo il più vecchio». La sua autorevolezza era, però, indiscussa, e un suo parere valeva dieci volte quelli degli altri esperti. E diceva cose di buon senso: «Ho visto che vi sono bottiglie di vino rosso anche da 250 euro, ma io penso che una bottiglia anche del vino più pregiato non debba costare più di 25 euro». Qui, purtroppo, è rimasto inascoltato da produttori, commercianti e ristoratori.
Si professava anarchico e considerava la proprietà un furto ma, subito dopo, specificava: «Sono anarchico dell'unica anarchia possibile, quella cioè che prevede l'assunzione di responsabilità nel rispetto di se stessi e degli altri. Chi dice che l'anarchia è disordine, commette un falso grossolano».
Veronelli era il nume tutelare del buon vino italiano, ma alla domanda su quale fosse stato il miglior vino da lui assaggiato nella sua vita, aveva risposto: «Un Porto, bevuto all'età di 26 anni...», non mancando di suscitare, dopo aver pronunciato queste parole, un po' di stupore fra i presenti, anche se subito dopo aveva aggiunto: «...che mi era stato offerto da una splendida portoghese». Svelando così l'arcano.
Pierluigi Saurgnani
L'Eco di Bergamo