Marzo 04, 2007

L’etica del cibo

Mi ha sempre dato fastidio vedere nei film americani qualcuno che apre un frigorifero e beve un bicchierone di latte gelato oppure, seduto sul bordo del divano, ingurgita un barattolo di burro di arachidi. Ma anche da noi molte ragazze non sanno apparecchiare la tavola e nemmeno usare il coltello e la forchetta.
Li considero segni di imbarbarimento, sintomi di un mondo che tratta il cibo come se fosse un prodotto tecnico, da fare, cucinare e mangiare in fretta, preludio a un pianeta dove non ci sono più esseri umani ma robot. In una vera civiltà, il cibo deve essere prodotto dall'uomo nella sua interezza, con il suo sapere, i suoi sensi, l’olfatto, la vista, l’udito, il tatto, il gusto.
E poi l’armonia, la passione, l’amore, la vigilanza, il gusto estetico.

Il processo incomincia dall’agricoltura, dalla preparazione del terreno, dalla scelta del seme, delle piante, l’innesto, la lotta ai parassiti, la raccolta corretta del frutto.
E poi il cucinare: scegliere gli ingredienti, sentirne la consistenza, la freschezza, il sapore, poi tagliarli nel modo giusto. Dopo, il ritmo della cottura: alcuni ingredienti devono essere posti prima, altri dopo, altri vanno cucinati a parte e aggiunti al momento opportuno.
E poi l’olio, il burro, il sale, le spezie, tutte nella quantità e nel momento opportuno e il fuoco alto o basso, l’uso o il non uso del coperchio. Basta uno sbaglio in questo ritmo rigoroso e il cibo è rovinato come in una composizione musicale quando sbagli una nota.
E poi il tavolo, le stoviglie, le zuppiere, i piatti di portata, i bicchieri, le posate ciascuna per una sua funzione. Il cibo, dalla preparazione al consumo, è perciò sempre scelta, vigilanza, attenzione, misura, equilibrio. Incorpora un’etica. L’obeso e l’anoressico sono il prodotto della violazione di questa etica e di questo sapere. Il miglior nutrizionista è il grande cuoco.
Il cibo infine è tradizione. Noi in Italia siamo fortunati perché il nostro Paese è estremamente vario: freddo, caldo, pianure, colline, montagne, mare, con prodotti tanto diversi quanto i popoli e le civiltà che si sono succedute; così, in ogni più remoto angolo della nostra terra, vi sono ancora tanti piccoli e medi imprenditori che si dedicano al cibo con tutta la ricchezza della loro umanità.
Ringraziamoli, siamo loro riconoscenti: essi costituiscono l’antidoto alla superficialità, al pensiero frantumato, alla indifferenza, all’eccesso, all’improvvisazione, alla violenza, alla dismisura.

Corriere della sera, 4 settembre 2006

L’etica del cibo contro la barbarie del pensiero frantumato
di Francesco Alberoni

Posted by Valentina Ambrosini at Marzo 4, 2007 10:39 PM