Maggio 30, 2003

La polenta taragna, la fatalità, il coraggio e una nuova società di comunicazione

La “riscoperta di una città di straordinario fascino e di grande bellezza“ è la definizione che Mirella Villa dà di Bergamo.
E, detta da una neo imprenditrice del settore della comunicazione mi sembra una definizione incontestabile.

Assieme a Francesca Baldini e a Lea Platero (neo mamma) hanno intrapreso una sfida al femminile nel mondo delle PR. E ve le consiglio … hanno grinta da vendere! Le potete trovare alla Mirella Villa Comunicazione S.r.l. (tel. 02/49985327)
Ma che c’entra la polenta taragna?
E’ un buon collante per una cena. Tra un boccone e l’altro e una sorsata di vino, preferibilmente rosso e fermo, si può discutere di cucina fusion, di sushi, di corsi di acquerello, di una telefonata inaspettata che ti fa venire voglia di metterti in proprio, dopo venti anni di consulenza nella comunicazioni e otto mesi in una azienda.

Polenta taragna

Ingredienti
farina grano saraceno, 500 gr.
acqua, 1,5 lt.
formaggio Branzi, 400 gr.
burro, 350 gr.
alcune foglie di salvia,
sale, q.b.

Preparazione
Portate ad ebollizione l'acqua. Salatela.
Versate a pioggia la farina. Rimestate in continuazione. Levate il paiolo dopo circa 1 ora.
Unite 250 gr. di burro tagliato a fette.
Aggiungeteci il formaggio tagliato a cubetti piccoli.
Sistemate poi sul fuoco per 5 minuti.
Rimestate.
Servite caldissima insaporendola con il burro rimasto cotto con la salvia.

Posted by Valentina Ambrosini at 10:29 AM

Maggio 26, 2003

Rincorrendo i mercati globali distruggiamo il gusto del bello. Resiste però la cucina italiana.

di Francesco Alberoni

L’altro giorno sono stato in un negozietto di Milano con mia moglie, per cercare un paio di guanti. E sono rimasto stupito. Ho visto guanti d’epoca in pelle sottilissima, meravigliosi fazzoletti di cotone e in lino, fazzolettini ricamati, vestaglie, sottovesti vaporose, di un gusto, una ricercatezza che non vedevo da anni, da quando a Milano, a Firenze, a Venezia, a Roma trovavi boutique con meravigliosi prodotti artigianali, espressione di una tradizione e di una creatività che non era stata ancora mortificata dal mercato di massa.

Un artigianato sorto per soddisfare i gusti di una aristocrazia e di una borghesia raffinate, esigenti, che conoscevano il bello, che sapevano fare confronti ed erano pronte a pagare la bellezza, la qualità eccezionale. Gente che aveva avuto, nel Rinascimento, come architetti Michelangelo e Bramante, come costumisti Leonardo da Vinci e, come orafi, Benvenuto Cellini. L ’humus culturale in cui è fiorita l’architettura che rende meravigliose le nostre città, e da cui ha potuto nascere, negli anni Sessanta, il design e, negli anni Settanta, la moda italiana.
Un mondo e un gusto che però oggi stanno scomparendo. Perché gli autori del made in Italy , dopo un periodo di straordinaria creatività, hanno finito per piegarsi alle esigenze di un mercato di massa e alla qualità di massa. Per cui fanno produrre in Cina da gente che non capisce queste cose e vendono in un mercato mondiale dove non c’è mai stato questo gusto. E per lo stesso motivo sta svanendo anche l’architettura che ci ha dato gli stupendi palazzi e le confortevoli case delle nostre città d’arte.
Soprattutto l’architettura pubblica: i teatri, gli alberghi, le università, le sedi delle imprese che, nel passato, nascevano da committenti che volevano incarnarvi i propri simboli e i propri valori. Mentre oggi nascono da committenti anonimi e per un mercato anonimo. Scatole multifunzionali il cui destino è di essere vendute e distrutte. Il committente non vi oggettiva se stesso e l’architetto non ha più una immagine del suo pubblico.
Per questo tutti i nuovi teatri, auditorium, alberghi sono aridi, tristi, impersonali. Perché non sono stati pensati per individui reali. Fino al grattacielo, una forma stagliata nel cielo, ma all’interno anonima, spettrale, disumana. Ciò che continua a restare vivo della nostra cultura è, ora, soltanto l’abitazione privata, il luogo dell’oggettivazione della nostra persona e dei nostri affetti familiari. Nessun popolo ne ha tanta cura e vi spende tanto denaro come gli italiani. Poi viene la cucina in cui, negli ultimi tempi, sembra essersi concentrata tutta l’iniziativa e la creatività del nostro Paese. Meravigliosi vini, produzioni industriali e artigianali tipiche, una superba ristorazione. Un fatto che traspare anche nel gran numero di spettacoli televisivi sui prodotti tipici, i piatti, le invenzioni gastronomiche. E, all’ultimo, i prodotti che servono alla salute, alla bellezza, le creme, i profumi.
In sostanza, soltanto ciò che è prossimo all’individuo, al suo corpo, e che può essere personalizzato, plasmato a propria misura.


Posted by Valentina Ambrosini at 09:31 AM

Maggio 23, 2003

L’alfabeto del vino di qualità

DOCG: denominazione di origine controllata e garantita
DOC: denominazione di origine controllata
IGT: indicazioni geografiche tipiche
VQPRD: vini di qualità prodotti in regioni determinate
VLQPRD: vini liquorosi di qualità prodotti in regioni determinate
VSQPRD: vini spumanti di qualità prodotti in regioni determinate
VFQPRD: vini frizzanti di qualità prodotti in regioni determinate

Posted by Valentina Ambrosini at 11:01 AM

Maggio 21, 2003

Lo zafferano, il liquore Strega, il premio, i broccoletti, il coniglio e la pasta al forno

Sfoglio una rivista allegata ad un famoso quotidiano e scopro una foto che ritrae i simboli campani: il cornetto, la mozzarella di bufala e il liquore Strega.
E mi insinuo in una ricerca che mi porta a scoprire il liquore Strega, ad approfondire l’utilizzo dello zafferano ed a riscoprire un breve racconto di Margaret Mazzantini.
Ecco a voi il risultato.

Il liquore Strega nasce dalla distillazione a caldo in piccoli alambicchi di circa 70 erbe e spezie provenienti da paesi dell'Europa, del Centro America e dell'Oriente e riceve il caratteristico colore giallo dallo zafferano aggiunto nella infusione alcolica.
Vengono miscelate la cannella di Ceylon, l’Iris fiorentino, il pepe giamaicano, il ginepro degli Appennini e la Menta Selvatica.
Dopo la macerazione, alle erbe viene aggiunto alcol di frumento in modo da ottenere un infuso.
La miscela viene distillata lentamente secondo i metodi tradizionali usando alambicchi a collo di cigno viene poi aggiunto lo sciroppo di zucchero ed infine un tocco di zafferano.

Per i curiosi, lo zafferano è estratto dagli stami dei Crocus. Ottanta chili di questi fiori, raccolti a mano, danno solo 500 grammi di Zafferano. Questa è la ragione per cui è considerato una delle spezie più preziose al mondo.

Nel 1860, anno di nascita del Liquore Strega, la città di Benevento era un'enclave dello Stato Pontificio. Situata a metà strada tra Roma e Napoli, la città era, secondo un'antica leggenda, luogo d'incontro delle streghe di tutto il mondo.

Giuseppe Alberti, originario di S.Felice a Cancello (nel Regno delle Due Sicilie, tra Napoli e Caserta), si rifugiò a Benevento in seguito ai moti carbonari, quando il padre Carmine Vincenzo fu perseguito dai Borboni per le sue idee liberali. Nella città sannita decise di fondare, dopo essere stato un abile commerciante di vini, una fabbrica di liquori, che inizialmente produceva soltanto un infuso distillato da una sola erba, seguendo un'antica e segreta ricetta che era riuscito a carpire dai monaci del monastero locale.
Giuseppe cercò, con l'aiuto di suo padre, speziale, di perfezionare la ricetta, ma i risultati tardavano a venire.

Allora il giovane Alberti, consapevole del fascino e dell'interesse popolare che ruotava intorno alla leggenda delle Streghe di Benevento, decise di abbinare la nascita del suo liquore al mito, ancora vivo nella tradizione popolare, secondo cui esisteva un filtro d'amore, preparato dalle Streghe per unire per sempre le coppie che lo bevevano.

Il Liquore Strega fu presente nei primi spot radiofonici degli anni '30 e nel primo Carosello trasmesso dalla Rai nel'54. Molti i testimonial celebri sul piccolo e sul grande schermo; indimenticabile negli anni '60 Sylva Koscina con lo slogan "Il primo sorso affascina, il secondo Strega".

Strega, non è solo da decenni sinonimo di prodotti di qualità, ma dal 1947, è il nome del più importante premio letterario italiano.
Nella scorsa edizione il premio è stato vinto da Margaret Mazzantini che mi ha emozionato con questo breve racconto.

“Penso spesso alla vecchiezza, alla materia che s’appassisce, ai sensi che si fanno fiochi. Dentro ognuno di noi c’è un vecchio, uno scheletro fragile e uno sguardo sperduto che ci aspettano. Da un certo punto della vita non puoi più tirarti indietro, devi accudire il tuo vecchio interiore. Negarlo, farci a cazzotti non ti gioverà. Un giorno sarai vecchio. La tua testa e le tue ossa andranno peggio, la tua memoria ti diventerà nemica. Non ricorderai le cose che ti servono per campare, i nomi, gli indirizzi, i numeri di telefono. Ricorderai invece come accadesse adesso il passato più remoto. La memoria sarà solo uno strumento di tortura. Mia nonna finì in sedia a rotelle, rimbecillita dai farmaci e da un ictus, piangeva un figlio morto cinquant’anni prima che aveva ripreso a morirle davanti straziandola.
Era stata una donna forte e giusta, ma senza nessuna fiducia, senza ottimismo. Da vecchi si raccolgono i frutti di un carattere, del tuo sguardo, dei tuoi gesti nel mondo. Mia nonna mi dava i consigli di una volta: semina bene che raccoglierai meglio.
Ho cercato di darle retta. L’ho accudita, difesa dalla vecchiaia, da quella atroce malattia che le toglieva la sua dignità di persona e le affibbiava solo un numero, quello del suo letto di ospedale. E l’ho vista resistere, difendere temeraria quell’avanzo di vita.
La vecchiaia, mi sono detta, ha una sua follia e una sua luce. Mia nonna è morta senza ristoro, cercando ancora la vita. Sarò così?, mi sono chiesta. O posso sperare in una dolcezza diversa? A me piacciono i vecchi, le labbra ruvide, vetrose e dentro quel luccichio scuro. Il cratere della morte o forse della rinascita. La vecchiaia è il luogo più vicino al mistero. Si fanno sogni divinatori, visioni. Non si ha più paura. La solitudine lascia le porte aperte. Il passato ti pascola nel presente, accanto ai tuoi angeli, ai tuoi morti. Non ho mai percepito la vecchiaia come il luogo dell’abbandono, dello spopolamento. Mi sembra piuttosto un pozzo di suggestioni dove ricostruire la propria vita in termini immaginifici e simbolici. Una volta i vecchi avevano una loro funzione sociale, nella civiltà contadina erano i depositari dei segreti della terra, delle stagioni. Il loro sguardo velato serviva ancora a indovinare il cielo, la gelata che si avvicinava.
Oggi che il salto dal pensiero analogico al digitale è stato così facile e rapido, I vecchi sono un pensiero che non vorremmo proprio avere. I vecchi non navigano in Internet, si interrano in un buco del passato e restano lì dentro come talpe. I vecchi puzzano, la loro pelle è aspra. I vecchi sono lenti. Solo le industrie farmaceutiche li reclamano in vita.
Ti chiedi che cosa ne è di quell’appropriazione graduale di sentimenti e conoscenze che la vita dovrebbe essere, con I suoi cicli biologici, la sua fertilità, il suo riposo. Le piante d’inverno perdono le loro foglie, quegli scheletri nudi sono bellissimi, sono un’altra forma della vita.
Da dove sgorga questa voglia di violentare il ciclo perenne della vita? Conosco donne tirate come linci, le trovo simpatiche, anche se mi spaventano, non so più che età hanno e non le riconosco. Anche loro non sanno chi sono ma sembrano abbastanza contente. Non cercano neppure se stesse da giovani, cercano un’altra persona con cui ricominciare. Labbra gonfie come brioche, occhi spalancati e fermi come farfalle sotto vetro. Chi sei? Quale mondo ti ha confezionato? Nessun chirurgo potrà rimpannunciarci l’anima. Lo sappiamo, la vecchiaia è il tempo degli acciacchi, delle gambe che non seguono i tuoi slanci, dei gesti che arrivano in ritardo. Ma quel ritardo ha anche una sua piega dolce.
Sei fuori dal mondo della competizione, puoi contemplare, avvicinarti al cielo, prenderti il tempo lungo di una lettura che non hai mai fatto, di un viaggio. Perchè c’è un modo lieve di scivolare nell’ultimo lembo di vita. La vecchiaia è il momento della restituzione, si posano le armi della bellezza e della forza e si restituisce il fiato più vero di noi stessi. Si dice grazie alla musica, agli alberi, alle persone amate. Si prepara la valigia.
Mia madre ha tante rughe sottili, ha una pelle fina come la mia. E’ sempre stata una donna gentile. Il suo amore per il mondo, le sue speranze sono ancora intatte nello specchio d’acqua dei suoi occhi. Mia suocera invece si arrabbia spesso con il soffitto. Vede in televisione la gente che soffre e litiga con Dio come fosse uno come noi che non si comporta bene.
Intanto cucina, per lei l’amore passa attraverso il cibo. Mi porta i broccoletti, il coniglio, la pasta al forno.
Prende tre autobus per raggiungere un mercato dove le arance costano meno.
Suo figlio è un uomo famoso, qualcuno ogni tanto glielo dice, lei scuote le spalle. Non vuole prendersi alcun merito , è solo contenta per lui. Si sente nessuno, non sa che è una donna eccezionale.
Tiene in braccio i nipoti come tenesse le stelle.
Tutti I miei figli si sono addormentati nel suo corpo massiccio. La sua vecchiaia mi sembra calda come la sua cucina. Ci sediamo e mi racconta la sua vita. E’ umile con il mondo di oggi. Non si indigna di nulla, capisce tutto. Non ha paura di morire.
Ride. Le ho chiesto dell’aldilà, se ci crede. Qualcosa ci sarà, mi ha risposto, qualche cosina.
Mi piace spiare la vecchiaia che sarò. Da una baracca a ridosso del parco dove si portano a spasso i cani, arrivano le note di un liscio, dai vetri scorgo dorsi di anziani che ballano.
Gli uomini sostengono le donne, dritti, impeccabili, ripropongono i gesti della loro gioventù, gli sguardi malandrini. I vecchi sanno ballare, sanno tenere una mano aperta sulle spalle di una donna, sanno muovere il bacino.
Hanno case vuote, pensioni di merda, hanno un cane. I vecchi danno da mangiare ai gatti. I vecchi fanno l’amore, si godono la carne con una passione calma, nella penombra perchè si sentono indecenti.”



Posted by Valentina Ambrosini at 11:39 AM

Maggio 20, 2003

Wok

Il simbolo della tendenza contemporanea (rapidità, semplicità, leggerezza) è in realtà vecchio di duemila anni. Si tratta del “wok”, una grande padella in ferro o ghisa a fondo bombato, leggermente conica, munita di due maniglie, molto utilizzata in oriente per preparare soprattutto sautées, ma anche arrosti, frittura e zuppe.
L’origine è cinese, dove la scarsa disponibilità di combustibile obbligava ad avere un solo fuoco e a cuocere tutti gli alimenti nello stesso utensile.

A tal fine il cibo veniva tagliato a pezzettini permettendo una cottura più veloce.
Tra l'altro tale modalità di cottura si concilia con la cultura culinaria cinese, radicalmente differente da quella europea nell'ordine in cui vengono serviti i piatti. Ritengono infatti i cinesi che sia di stimolo all'appetito servire tutte le pietanze contemporaneamente, non concependo il percorso occidentale antipasto-dessert.
L’uso è molto semplice: si versa una modesta quantità di olio e si passano ripetutamente tutti gli ingredienti. Nel mescolarli tra loro, è bandito il movimento circolare; più idoneo un gesto trasversale che permetta ai cibi di risalire continuamente nelle pareti, diminuendo il tempo di permanenza nell'olio presente sul fondo.
In tal modo le verdure, appena dorate, risulteranno croccanti senza essere troppo cotte, a patto di tagliarle in piccole quantità.

Maiale con verdure
Per 4 persone: raschiate 250 g di carote, spuntatele, lavatele e riducetele a bastoncini; pulite e lavate 8 cipolline; pulite, lavate e tagliate a bastoncini un cuore di sedano; sbucciate, lavate e tagliate a dadini 250 g di patate; sbucciate uno scalogno e affettatelo sottilmente. Versate nel wok 2 cucchiai di olio extravergine d'oliva, unite lo scalogno e fatelo dorare, quindi aggiungete le verdure preparate, mescolate e cuocete per 2-3 minuti a fuoco vivo scuotendo spesso il wok, poi salate. Aggiungete 400 g di lonza tagliata a dadini e un cucchiaino da tè di semi di finocchio, spruzzate con un bicchierino di vodka, mescolate, fate evaporare parzialmente, regolate di sale e cuocete per 5-6 minuti mescolando spesso.

Posted by Valentina Ambrosini at 06:07 PM

Maggio 19, 2003

Mangiare, bere, uomo, donna

Un antico proverbio cinese sulle necessità della vita dà il titolo al film di Ang Lee (USA 1994).
Storia sul conflitto generazionale, racconto emozionalmente e coinvolgente in cui il cibo svolge un ruolo chiave nell’osservazione dei mutamenti di una cultura cinese in trasformazione.
Il film racconta la storia dei Chu: una famiglia che vive nella moderna Tai Pei.
Il vecchio Chu è uno chef di cucina vedovo che vive insieme alle sue tre figlie grandi. Jia-Jien è una maestra repressa convertita al cristianesimo; Jia-Chien è una dirigente di una compagnia aerea taiwanese; Jia-Ning è una studentessa che lavora in un fast-food. Tutte e tre apprezzano l’elaborato pranzo domenicale preparato dal padre con la tradizionale cura, ma ciascuna entra in conflitto con il vecchio mondo di Chu.

In "Mangiare, bere, uomo, donna" l'anziano genitore, cuoco da generazioni, prepara la cena con meticolosa dedizione. Ogni ingrediente viene trattato con la massima cura. La tavola apparecchiata è gioia per gli occhi oltre che per la bocca e stimola la riflessione. È proprio questo considerare l'atto del mangiare un momento speciale che induce i commensali a rivelare i loro sentimenti.

Le bugie della vita quotidiana hanno la meglio sulla verità e riuscire a trovare una nuova armonia è un percorso difficile e pieno di sofferenze, ma la cucina, come luogo fisico e dell'anima, e il rito del mangiare permetteranno alle persone di parlarsi e capirsi.

Mangiare, bere, nutrirsi per Ang Lee non significano, semplicemente, riempirsi lo stomaco e soddisfare la fame, ma saziare lo spirito e il cuore, avvicinarsi col cibo, che è momento di comunione e sacralità, ai misteri dei sentimenti. Raggiungere attraverso la bocca, l'esofago e lo stomaco la parte più segreta dell'animo umano.

Succede anche a me :-)

Posted by Valentina Ambrosini at 06:22 PM

Maggio 15, 2003

La mattanza, le tonnare, il rais: una pesca antica e un rito che quest’anno non si è ripetuto

Questa volta non sono passati.
Lo facevano da migliaia di anni, sempre nello stesso mese e sempre negli stessi giorni seguendo misteriosi richiami.
In branchi lasciavano l’Atlantico e si spingevano nel mare siciliano dopo aver attraversato Gibilterra. I tonni che si aspettavano non ci sono, i tonni questa volta non sono arrivati.

Niente mattanza in Sicilia in questa primavera di scirocco che non sta portando buone nuove per la gente di mare.
La tonnara è un deserto, almeno per ora.

A Bonagia, che è appena a qualche chilometro da Trapani e che ha nelle sue insenature l’altra tonnara della Sicilia dopo quella dell’isola di Favignana, i pescatori scrutano il mare sbalorditi. Il rais, il capo pesca Salvatore Spataro aspetta che arrivi il maestrale e intanto prega.
Non era mai accaduto nulla di simile da queste parti.
Non c’è mattanza in Sicilia e neppure in Sardegna. Perchè i tonni non vengono?
Tutti toccano il mare che è ancora troppo freddo e sperano nelle correnti più calde.
Tutti maledicono quelle “macellerie volanti”, le navi giapponesi che dragano il nostro mare cacciando piccoli e grandi tonni con i sonar per lavorarli poi a bordo.

A Favignana e in Sicilia la gente ricorda ancora la pesca più miracolosa mai avvenuta. Era il 1848 e lo ricorda la lapide scolpita sulla Tonnara di Favignana: si uccisero 4353 tonni superando la memorabile pesca del 1771.

In Sicilia due secoli fa c’erano 80 tonnare; ne sono rimaste solo due: a Favignana e Bonagia.

Auguriamoci che il tonno possa ritornare nei nostri mari, che si tratti solo di un ritardo, che non si debba dimenticare un mestiere affascinante come quello del rais, fatto di esperienza, emozioni e premonizioni.

Posted by Valentina Ambrosini at 02:36 PM

Maggio 12, 2003

Il giro del mondo fatto a tavola

Beppe Severgini - da "Qui Touring", maggio 2003

"Un viaggio non è rappresentato solamente dalle città che si visitano, dai tipi che s'incontrano, dalle genti che si studiano, dai monumenti che s'ammirano o si finge d'ammirare, dalle cattive colazioni che si pagano salate, dalle buone cene che non si digeriscono, dalla chiacchiere che si dimenticano, dalle altre chiacchiere che si ricordano, dai panorami che stupiscono, dalle mance che non contentano mai il cameriere, dalle valigie che si fanno e si disfanno... Un viaggio è anche pieno di tante cose indefinibili le quali nascono e muiono in fondo all'anima...fantasmi, nonnulla, povere mammole che lasciano un po' di profumo. E col tempo, quando gli anni passano, inesorabilmente, la spugna sulle visioni e sui ricordi, sono forse unicamente le povere mammole quelle che restano!"

Così scriveva Mario Appelius nel 1925, in un libro dal titolo "Asia tragica e immensa". L'uomo aveva molta fantasia (fin troppa, diceva Montanelli). Ma sapeva scrivere. I suoi racconti sono l'equivalente di un quadro orientalista, e vanno presi come tali. L'intuizione delle "mammole" è comunque interessante. Dei viaggi, spesso, rimangono profumi e sapori. Soprattutto quando sono combinati dentro un piatto, con un bicchiere di vino davanti. Del turismo gastronomico si parla tanto, di questi tempi. Ormai non c'è paesino, valle, conca, collina o lungomare che non sia battuto dagli "esploratori del gusto". Approvo, sia chiaro. Questo modo di viaggiare sta provocando molte conseguenze positive: movimento turistico, nuovi prodotti editoriali, riscoperta di cibi e tradizioni, giovani ristoratori che hanno trovato un bel lavoro e un buon reddito lontano dalle grandi città, eccetera. Interessante è capire cosa accadrà adesso. "Mai profetizzare, soprattutto sul futuro", diceva Sam Goldwyn, il magnate di Hollywood. Ma lui non aveva la deliziosa incoscienza di noi italiani: quindi, lasciatemi provare. Credo che le novità dei prossimi anni - nella ristorazione, ma anche nell'alimentazione - saranno di natura internazionale ("etnica", dicono oggi). Non soltanto come sapori; anche come modalità di servizio. Pensate alla facilità con cui i McDonald's si sono inseriti nelle abitudini italiane: non le hanno sconvolte, come temeva qualcuno; e non hanno fatto concorrenza ai nostri cibi (come avrebbero potuto?). McDonald's in Italia non vende tanto gli hamburger, quanto il tempo, i giochini per i bambini e una certa aria d'America (che piace sempre, Iraq o non Iraq). I ristoranti cinesi si sono imposti non solo perché offrono piatti diversi, ma perché li fanno pagar poco (sono stati la prima alternativa istituzionale alle pizzerie: lo dimostra il numero di giovane coppie che s'incontrano). I locali cubani o brasiliani non propongono solo piatti dal nome eufonico (euforico?), ma anche un'illusione di spensieratezza.I ristoranti giapponesi offrivano anche un'esperienza estetica: se hanno fallito, era per via dei prezzi, troppo alti. Ecco: pensate quante altre cose possono succedere. Giorni fa ero a pranzo con tre colleghi, e uno ha esclamato: "Churrasco per tutti!". E non eravamo a Santa Fe (Argentina), ma in via San Marco (Milano). Se le cose andranno sempre più in questa direzione, non c'è da stupirsi. Tutte le civiltà satolle hanno cercato di insaporire le proprie vite. E' accaduto agli ateniesi e ai romani, ai franchi e ai vittoriani. Sta accadendo all'Italia (non accade, invece, agli Stati Uniti, una nazione ancora in piena "fase spartana"). Non sempre queste mode hanno profondità: spesso sono una forma di solletico dello spirito (eseguito attraverso lingua e palato). Ma la curiosità che circonda il cibo è genuina; così il desiderio di sperimentazione. Rispetto ad altre parti del corpo umano, lo stomaco è più serio, pratico e lungimirante. La cucina italiana, perciò, cambierà più in fretta della società italiana. Aspettatevi un 2008 profumato di zenzero, citronella, coriandolo e chissà cos'altro. Piatti locali con variazioni esotiche. Giovani cuochi che tornano dalle vacanze pieni di voglie iconoclastiche. Un mondo nuovo, che sarebbe piaciuto ad Appelius. E noi viaggiatori saremo i primi a scoprirlo. Bello, no?


Posted by Valentina Ambrosini at 12:15 PM

Maggio 09, 2003

Risotto ai pistacchi

Come tanti ingredienti preziosi che hanno reso la nostra cucina ancora più sfiziosa, anche i pistacchi arrivano da lontano (Siria) e portano con sé tutto il calore e il colore di terre esotiche.

I primi semi “smeraldini” sbarcarono in Italia tra il 20 e il 30 d.c., attecchirono inizialmente nel napoletano e poi raggiunsero la Provenza e la Spagna. Ma è soltanto in Sicilia che le piante di pistacchio trovarono la loro sistemazione ideale, tanto che dalla seconda metà del 1800 ai piedi dell’Etna, nel territorio di Bronte, interi pascoli e territori incolti furono trasformati in veri e propri pistacchieti e la coltura del gustoso frutto divenne il fulcro dell’economia locale. Oggi sono più di mille i produttori che si contendono gli ettari di terreno su cui piantare le piante di pistacchi, anche se la coltivazione è piuttosto laboriosa.

Gli alberi di pistacchio crescono quasi sempre su terreni scoscesi e accidentati, fruttificano soltanto una volta ogni due anni e la raccolta viene fatta a amano, stando spesso in bilico sui massi di lava con i sacchi di tela appesi al collo.
I pistacchi vengono poi privati del mallo e messi ad asciugare al sole o sgusciati dopo essere stati sbollentati per vestirsi poi del caratteristico verde brillante che li distingue.

Il pistacchio mi ricorda la scorza dura che avvolge qualche persona dall’anima saporita.


RISOTTO AL PISTACCHIO

Igredienti per quattro persone:
300 gr. di riso, brodo, 100 gr. di pistacchi, un bicchierino di cognac, 50 gr. Di emmenthal grattugiato, 50 gr di formaggio grana, mezza cipolla, un quarto di crema di latte, 80 gr. di burro.

Bollire i pistacchi per 10 minuti, poi sbucciarli e un terzo passarli al setaccio, oppure pestarli, il resto lasciarli interi. In una casseruola tostare il riso con la cipolla, con metà del burro e con il pistacchio intero; aggiungere il cognac, la crema di pistacchio, il brodo e salare quanto basta. A cottura completa, aggiungere i formaggi, il resto del burro e far mantecare il tutto.

Posted by Valentina Ambrosini at 10:20 AM

Maggio 06, 2003

Giovedì e Minù

Giovedì è il mio gatto, ha quasi un anno. E' un gatto europeo di colore nero. In questo momento porta un collare color giallo.
Minù è una gattina più giovane di Giovedì, con gli occhi verdi e il pelo arruffato.

Il loro primo incontro risale a circa sei mesi fa, quando Fabio (il mio vicino di cinque anni) aveva deciso che anche lui voleva un gatto. All'inizio si era innamorato di Giovedì a tal punto da comprare un pupazzo molto simile al mio gatto.
Quando ha realizzato che Giovedì non era del tutto il suo gatto, perchè mi veniva incontro e lo abbandonava quando arrivavo, ha deciso che lui doveva avere un gatto tutto suo. Aveva anche deciso che io non ero più meritevole di un saluto o di un sorriso.
Poi è arrivata Minù.
La gattina di Fabio, la gattina che lo ha rifatto avvicinare a me.
Tutto è andato bene finchè, circa due mesi fa, trovo Fabio sul pianerottolo. Con i lacrimoni agli occhi mi chiedeva se avevo visto Minù, perchè da una settimana non la trovava più. E invece, Giovedì, accidenti, era sempre in giro. Questa volta un pò triste e con l'ennesimo collarino nuovo (di solito ne perde uno ogni mese).

Dopo due mesi, quando di Minù ci si augurava solo che avesse fatto una buona fine, il campanello di casa mia suona ininterrottamente per cinque volte. Non rispondo, perchè non ero di buon umore.
Poi sento la voce di Fabio che dice ... ma no, è in casa. C'è la luce accesa ... e il campanello di casa mia suona di nuovo ininterrottamente come le sirene che annunciano un allarme.

Sono costretta ad apire la porta e trovo Fabio con un dito premuto sul campanello e con in braccio Minù.
Mi dice subito ... Minù è tornata.
Gli dico ... incredibile, ma sei sicuro che sia proprio lei?
Lui la prende con tutte e due le mani, le avvicina il musetto al suo volto e mi dice ... gli occhi sono proprio quelli.
Nel frattempo Minù è cresciuta, ma non ha perso il vizio di salire sul mio divano. Quando Fabio l'ha appoggiata in terra si è diretta immediatamente in casa mia, sul divano. Giovedì l'ha inseguita, un pò preoccupato per quella presenza.
Hanno ricominciato a dividere gli spazi, a grattare sul vetro della porta quando vogliono entrare, a buttarsi dal divano per attaccarsi.

Ho visto i genitori di Fabio. Dopo aver ipotizzato cosa fosse successo in quei due mesi, chi potesse averla accudita così bene, abbiamo convenuto che nella vita ci si può aspettare proprio di tutto.

Posted by Valentina Ambrosini at 01:51 PM