Novembre 29, 2004

Luigi Veronelli

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Gino, pensandoci bene, poteva nascere solo a febbraio. Gli altri mesi sono del tutto allineati nella loro consequenziale normalità. Febbraio no, si allunga e si accorcia, vive in perenne antitesi col resto dell'anno, è anarchico, controcorrente e terribilmente scomodo. Com'era Gino.
Adesso lo immaginiamo in cammino, avvolto dal suo mitico mantello, mentre s'inerpica per una collina sempre più in salita, camminando su un sentiero tra filari di viti: la sua uscita da questo mondo, col quale ha battagliato parecchio, non potrebbe che essere così. Grazie, questa è la prima parola che ci viene in mente.


«Il peggior vino contadino è migliore del miglior vino industriale»: è una delle tante massime di Luigi Veronelli. Uno dei suoi punti fermi, una delle sue tante battaglie. Vinte e perse. Vinta quella cinquantennale per il vino di qualità, perché la produzione italiana, in mezzo secolo, ha fatto passi da gigante, e ciò grazie anche a Veronelli; vinta anche quella volta a educare gli italiani al gusto e al buon bere; persa, invece - come ammetteva lui stesso - o, comunque, ancora in corso, quella per l'olio di qualità. Una crociata, quest'ultima, intrapresa in tarda età, andando a cozzare contro gli enormi interessi delle multinazionali del settore agroalimentare. Nel febbraio scorso aveva addirittura guidato una marcia in Puglia, sulle banchine del porto di Monopoli, per impedire lo sbarco di olî (anche di nocciola o di arachidi) provenienti dai Paesi nordafricani e poi spacciati sul nostro suolo come extravergine d'oliva italiani.
La scomparsa di Veronelli era nell'aria: l'uomo era malato da tempo (oltre che acciaccato, da qualche anno era quasi cieco), ma, fino a quando ha potuto, ha coltivato i suoi interessi e le sue passioni. Se n'è andato vicino agli ottanta, ma il suo desiderio era quello di arrivare a cent'anni: «Così - diceva - scriverò un libro che intitolerò "Un secolo divino"», con quell'aggettivo, ovviamente, non scelto casualmente. Non ce l'ha fatta, purtroppo.
Veronelli da molti bergamaschi veniva considerato un conterraneo (da tanti anni aveva stabilito la sua residenza, la sua cantina e il suo quartier generale in Città Alta, in via Sudorno, una specie di museo del vino): in realtà era milanese, anche se - così si può dire - «naturalizzato orobico». «Sono nato a Milano ma mi sento bergamasco in pieno», diceva.
Gli esordi da giornalista risalgono all'inizio degli anni Cinquanta e la svolta da semplice cronista a giornalista enogastronomico avviene nel 1956. Luigi Veronelli aveva 30 anni, lavorava al «Giorno» e aveva una grande passione per gli studi filosofici e sociali. Chiese, allora, al direttore del neonato quotidiano milanese, Italo Pietra, di poter scrivere di questi argomenti, ma il capo obiettò: «Abbiamo già importanti filosofi e sociologi come collaboratori su questi temi. Tu non hai qualche altra passione?». Il giovane Veronelli spiegò al direttore che uno dei suoi piaceri più grandi era quello di scoprire e assaggiare i prodotti della terra. Pietra gli diede l'incarico di occuparsene immediatamente. Nacquero così i primi reportage di Veronelli nelle campagne di tutta Italia, inchieste che ebbero risonanza sulla stampa estera.
«Bere vino - spiegava - per me è come ascoltare un racconto, è il compagno privilegiato di un uomo. Per il cibo non è esattamente così, anche se sono contento che oggi vi sia più attenzione ai cibi genuini e si riscoprano i prodotti di una volta. Sono, in fondo, i valori che cantava Lucrezio, l'armonia con la natura. Il vino, però, ti ricorda la storia, la cultura di una terra, la fatica dei contadini che l'hanno prodotto. Il vino, a differenza di un frutto, si ripete e ti regala la gioia del "gusto del gustato". E non è vero che il vino annebbia sempre la mente: Galileo, a un amico che gli aveva regalato una damigiana, ringraziò dicendo che il vino non solo era buono ma lo aveva anche aiutato a risolvere un problema che prima gli sembrava complicatissimo». Diceva anche che un assaggio di Brunello di Montalcino gli ricordava Gustav Mahler.
E sulla storica guerra del vino tra Italia e Francia diceva: «Nelle bollicine vincono i francesi. Lo champagne è un gradino più su del nostro spumante, perché ha una terra con una marna di grandissima profondità. Nei rossi, invece, siamo superiori noi». Mentre non considerava i prodotti del nuovo mondo enoico, e cioè i vini australiani, cileni, californiani e suadafricani: «Non esistono. Sono monotoni, si tratta sempre dei soliti 3-4 vitigni: Chardonnay, Merlot, Cabernet-Sauvignon, Syrah. Non c'è confronto con i 2 mila vitigni italiani».
Negli anni ruggenti - confessava senza il minimo turbamento - era arrivato a fare assaggi (era il suo lavoro, del resto) equivalenti a quattro bottiglie al giorno; poi, con l'avanzare degli anni, aveva ridotto la dose «senza però - precisava - scendere sotto i dieci bicchieri quotidiani». Ed è arrivato vicino agli ottant'anni. Diceva che la resistenza all'alcol è soggettiva, ma comunque riteneva che la dose giusta era quella seguita dal fratello gemello che non andava oltre i due bicchieri a pasto. Tra il serio e il faceto, aggiungeva di considerare gli astemi dei «malati» ma non incurabili: «Possono sempre guarire dal loro malanno. Basta iniziare con un Moscato d'Asti, un Bardolino o un Valpolicella leggero». Lui, invece, aveva esordito a nove anni con una Barbera di 14 gradi, proseguendo sulla stessa linea per altri settanta.
Era chiamato il «principe» dei giornalisti enogastronomici ma lui si schermiva e diceva: «Sono solo il più vecchio». La sua autorevolezza era, però, indiscussa, e un suo parere valeva dieci volte quelli degli altri esperti. E diceva cose di buon senso: «Ho visto che vi sono bottiglie di vino rosso anche da 250 euro, ma io penso che una bottiglia anche del vino più pregiato non debba costare più di 25 euro». Qui, purtroppo, è rimasto inascoltato da produttori, commercianti e ristoratori.
Si professava anarchico e considerava la proprietà un furto ma, subito dopo, specificava: «Sono anarchico dell'unica anarchia possibile, quella cioè che prevede l'assunzione di responsabilità nel rispetto di se stessi e degli altri. Chi dice che l'anarchia è disordine, commette un falso grossolano».
Veronelli era il nume tutelare del buon vino italiano, ma alla domanda su quale fosse stato il miglior vino da lui assaggiato nella sua vita, aveva risposto: «Un Porto, bevuto all'età di 26 anni...», non mancando di suscitare, dopo aver pronunciato queste parole, un po' di stupore fra i presenti, anche se subito dopo aveva aggiunto: «...che mi era stato offerto da una splendida portoghese». Svelando così l'arcano.

Pierluigi Saurgnani
L'Eco di Bergamo

Posted by Valentina Ambrosini at 11:38 PM

Novembre 10, 2004

Il grande ritorno del maiale

La grande alleanza dei salumi spalmabili di qualità per rilanciare il consumo dei prodotti tradizionali del territorio.
“Porkè? Il grande ritorno del maiale”, attraverso una sorta di “grande alleanza” dei salumi spalmabili di qualità, si pone un ambizioso obiettivo: il rilancio delle eccellenze gastronomiche territoriali (in questo caso degli insaccati), sia come veicolo di promozione turistica ma anche e soprattutto come freno alla caduta verticale dei consumi del settore agroalimentare.

Nella mostra-mercato dei salumi spalmabili d’Italia battezzata “Spalmaiale”, che animerà la cittadina di Visso in provincia di Macerata per l’intera durata della manifestazione, da venerdì 12 a domenica 14 novembre, decine di produttori da ogni angolo della Penisola verranno a presentare le proprie specialità e a dialogare direttamente con i consumatori, che avranno così modo di entrare in immediato contatto con salumi noti e meno noti a cominciare dal ciauscolo, il salume morbido spalmabile simbolo del maceratese e di “Porkè?”, fino alla ventricina abruzzese, alla ‘nduja calabrese, alla sassaka friulana.
Ma gli obiettivi di “Porkè?” non si esauriscono qui. Tra questi c’è il rilancio della proposta della creazione di un consorzio per l’ottenimento della DOP per il ciauscolo, e c’è la spinta alla rivalutazione delle razze autoctone suine italiane (ecco allora il senso dei convegni di studi di sabato 13 novembre al Palazzo Ducale di Camerino “Le razze autoctone italiane” e al Palazzo Comunale di Cingoli “Il ruolo del maiale nell’economia locale: passato, presente e…futuro”) e del maiale come vettore dei valori altissimi della ruralità (con le mostre “Antichi attrezzi per la lavorazione della carne di maiale” a Cingoli e “Usi del rame…tra vino cotto e maiale” a Loro Piceno).
Ultimo ma non ultimo, un tabù da sfatare. “Porkè?” vuole togliere di mezzo per sempre un mito negativo legato al grasso di maiale. “Ma il grasso del maiale fa male?” si chiederanno illustri relatori nel talk-show finale in programma domenica 14 novembre all’Abbadia di Fiastra. La domanda è già in sé retorica…


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Posted by Valentina Ambrosini at 10:27 PM

Novembre 09, 2004

Il gioco del Piacere

Primo campionato regionale dei grandi vini rossi della Lombardia.
Slow Food & l’ARCO del RE
Giovedì 25 novembre - ore 20,30 - Arcore (MI)

Una serata conviviale che si svolgerà contemporaneamente in più luoghi della Lombardia tra cui l’ARCO del RE.
Il “Campionato” si svolgerà durante una cena e si degusteranno “alla cieca”e contemporaneamente i cinque vini rossi lombardi in lizza.
Ogni partecipante darà, su un’apposita scheda, il proprio giudizio di “piacevolezza” stilando così una propria classifica che, raccolta insieme con le altre, comunicheremo alla sede centrale per poi ricevere nella stessa serata la classifica finale, frutto della somma delle classifiche di tutti i luoghi in cui si svolge “il conviviale campionato”.
Cinque vini rossi di Lombardia e quindi piatti della tradizione lombarda.

Menu

I Salumi selezionati dall’ARCO
Risotto giallo con luganega
Manzo di Rovato all’olio con polenta
Pannerone di Lodi (presidio Slow Food della Lombardia)
Formaggini di Montevecchia

Caffè

Oltre ai cinque vini in gara durante la serata degusterete:
Terre di Franciacorta bianco “Riflesso” 2003 Az. Mirabella di Rodendo Saiano
Montepulciano d’Abruzzo 2003 Casal Thaulero di Ortona.

La quota di partecipazione è di € 40,00
per i soci Slow Food è di € 38,00
è indispensabile prenotarsi presso l’ARCO del RE
(fino ad esaurimento posti) Tel 039 6013644

Posted by Valentina Ambrosini at 10:55 PM

Novembre 08, 2004

Menù anti Ogm con polenta e pesto

L’11 novembre prossimo - data della discussione in Consiglio dei ministri del Decreto per regolamentare «la coesistenza tra le colture transgeniche, convenzionali e biologiche - nelle osterie e nei ristoranti italiani sarà il giorno della polenta e del pesto. Slow Food, dopo l’appello degli scienziati pro Ogm, ha invitato a mettere nei menù questi 2 piatti, per rispondere in modo ironico a chi accusa questi alimenti di essere cancerogeni. Il Decreto, spiega Carlo Petrini di Slow Food, mira a tutelare le peculiarità del nostro territorio ed evitare contaminazioni tra le diverse colture.

Posted by Valentina Ambrosini at 06:38 AM

Novembre 04, 2004

Ogm nocivi? No, può esserlo il pesto

Lo studio: «Sostanza cancerogena nel basilico alto meno di 10 centimetri».
Pesto doc cancerogeno? Sembra di sì, se preparato triturando basilico «giovane». Cioè piantine alte 2-3 centimetri. Il pericolo è, infatti, nell’«età» della pianta. «Un pesto prodotto con piantine alte meno di 8-10 centimetri può contenere il metil-eugenolo, sostanza cancerogena per cui esistono limiti di assunzione fissati dalle leggi americane ed europee», spiega Francesco Sala, ordinario di Botanica Generale e Biotecnologia delle Piante presso l’università di Milano e membro, per l’Area Scienza e Alimentazione, della «Fondazione Umberto Veronesi».

Un esempio di come non ci si dovrebbe fidare dei cosiddetti prodotti naturali o biologici a scatola chiusa, mentre al contrario si demonizzano le biotecnologie e i cosiddetti Ogm senza possibilità di verifica o di contraddittorio scientifico. Replica Gianni Bottino, presidente della Coldiretti di Savona: «Puro terrorismo. Per legittimare gli Ogm si arriva al punto di paragonare il basilico genovese all’amanita falloide o ad altre specie di funghi o piante velenose». Ma allora si attacca il pesto per propagandare il basilico Ogm? «No - risponde Sala -, per ragionare sull’importanza della ricerca. Anche perché il basilico transgenico non esiste e nessuno pensa di crearlo».
Eppure l’allarme è stato lanciato a Milano durante la presentazione, da parte del professor Umberto Veronesi, di un documento firmato da 18 società scientifiche, in rappresentanza di 10 mila ricercatori, in difesa degli Ogm. Il primo Consensus Document su «Sicurezza alimentare e Ogm», promosso dalla Società italiana di tossicologia (Sitox).
Il basilico cancerogeno è stata una scoperta casuale. «E’ avvenuta nel Centro di biotecnologie di Genova nel 1999 - spiega Sala -. L’obiettivo era spiegare perché il pesto doc è più buono degli altri. La sostanza individuata, in realtà, fa la differenza. In un piatto di spaghetti al pesto doc vi è una concentrazione di metil-eugenolo 600 volte superiore ai limiti considerati sicuri». Il che non vuol dire sviluppare un tumore, vuol dire che aumentano le probabilità di averlo. Usando basilico adulto il rischio si azzera. Perché? «Il metil-eugenolo protegge la pianta giovane da insetti e batteri - continua Sala - poi, crescendo, la molecola perde il metile e diventa innocua. Il lavoro scientifico è stato pubblicato nel 1999, ci fu una polemica e si mise tutto a tacere... Sarebbe stato invece interessante studiare le diverse varietà di basilico: noi ne utilizziamo 10-12, ma di un altro centinaio abbiamo i semi».
Morale: niente miti né tabù. I prodotti biologici sono da controllare come quelli transgenici e i secondi spesso sono più sicuri perché studiati per annullare un problema. «Le aflatossine - dice Veronesi - sono il cancerogeno più potente in natura, si sviluppano nel mais colpito da un insetto, la piralide. Il mais Ogm ne risulta 10-15 volte meno colpito. E le aflatossine possono finire nella polenta che mangiamo, ma anche nella carne o nel latte perché di mais si nutrono gli animali». Nel novembre 2003 la Lombardia ha buttato il 20% del suo latte per il contenuto elevato di aflatossine.
E attenzione anche a parlare di «contaminazione» tra campi Ogm e non. Nel caso del riso il polline non va oltre il mezzo metro e, per esempio, «nel caso del mais, percorre al massimo 25 metri - spiega Mirella Sari Gorla, cattedra di genetica alla facoltà di Scienze di Milano, -. Basterebbe quindi tenere alla giusta distanza (30 metri circa) i campi Ogm da quelli naturali».
In Italia, osserva Giorgio Cantelli Forti, presidente Sitox, «assistiamo poi a una contraddizione per cui si propone una legge anti-Ogm ma nelle università si addestrano 5.600 nuovi specialisti in biotecnologie. Che futuro avranno?». Insomma, conclude Giorgio Poli, preside della Facoltà di Medicina veterinaria di Milano, «siamo un popolo strano: ci preoccupiamo di cibi Ogm ma non di alimenti "sporchi" di tossine cancerogene, escrementi, metalli pesanti e pesticidi».


Veronesi: pronto a mangiare il pesto anche se fatto con il basilico giovane
«Appassionato di pesto, sono disposto a mangiare anche quello fatto con il basilico giovane». L’ha detto al Porto Antico di Genova - entrando nel merito della polemica sul basilico tossico del botanico Francesco Sala - il professor Umberto Veronesi, che interveniva al Festival della Scienza.

Corriere della sera - 4 novembre 2004

Posted by Valentina Ambrosini at 11:26 PM

Novembre 03, 2004

Appuntamento con le vongole del capitano Achab

Kerry si è seduto allo stesso tavolo di John Fitzgerald Kennedy, il presidente più amato. All’Oyster House di Boston, il ristorante più antico d’America, che serve molluschi dal 1826.

John Kerry, l'immagine della prudenza in terra, è appena tornato a casa, quando quel po' di gente in Copley Square comincia a gridare e cantare, «Go go Kerry», «Forza Kerry», e anche il cantante John Bon Jovi spara un urlo dal palco: perché su uno schermo, vicino all'immagine della gigantesca bandiera agitata dal vento, è apparso il doppio numero 77-66. Vuol dire che adesso, alle otto e mezzo di sera, Kerry ha 77 voti elettorali, Bush 66; e vince chi arriva a 270. I capi democratici invitano alla calma, ma la piazza si sta riempiendo e si accende. Si aspettano trentamila persone, la festa è in ritardo di mezz'ora, un'ora, un'ora e mezzo, proprio perché nessuno ha voluto rischiare. Ma arriva Ted Kennedy, si lascia andare: «Dopo i Red Sox e i Patriots, un altro trionfo dei bostoniani: abbiamo il nuovo presidente, è di qui, è John Kerry». Boato, «Go go Kerry». Arriva Victoria, la figlia dello sfidante, un sorriso di troppo lascia capire che anche lei è ottimista, molto ottimista, e non per motivi di propaganda. Fra due ore, l'appuntamento: arriveranno insieme Kerry ed Edwards, il numero due. «Allora vedrete», grida una marea di ragazzi, già sicuri che le ostriche hanno portato fortuna. Le ostriche erano e sono quelle dell'Oyster House di Boston, il ristorante più antico d'America - serve molluschi dal 1826 - e anche il luogo dell'anima per tutti i democratici, il nido della tradizione pre-elettorale, là dove si va per affetto e scaramanzia. E dove, alle due del pomeriggio di questa giornata lunghissima, Kerry sedeva al tavolo che fu di John Kennedy.
Momenti storici, per la gente di qui. In realtà, Kerry non ha ordinato ostriche ma «clam chowder», la zuppetta tipica di questa costa, probabilmente prediletta anche dal capitano Achab; e poi «littleneck», quella specie di vongole brune e un po' dure del Nord, molto popolari e amate anche perché costano poco e si dice che aiutino a prevenire il cancro. Ma perle o no, l'ispirazione c'è lo stesso. L'atmosfera, anche. E la speranza pure.
Il tavolo con la «cabina» di legno prenotato da Kerry è appunto quello di Kennedy; il vecchio porto dove due secoli fa si aggiravano spie e rivoluzionari è a due passi, lì dietro; le foglie rosse sui marciapiedi intorno sono quelle così particolari dell'autunno nel New England. E la folla che si raccoglie davanti alle antiche vetrine, con i berrettini rossi dei campioni di baseball «Red Sox», grida «Five more hours»: «Ancora cinque ore» e avrai le chiavi della Casa Bianca. Presagi perfetti, nemmeno le fattucchiere della vicina Salem avrebbero potuto organizzarsi meglio. Ma alla scaramanzia, prudentissimo, Kerry ha dedicato in fondo tutta la sua giornata elettorale: dall'alba, quando nel Wisconsin ha gridato ai suoi «E ora, finiamo il lavoro!»; alle dieci di sera e più oltre, quando nella Copley Square trasformata in palcoscenico da un milione di dollari, trentamila persone hanno acclamato il loro capo, sull'onda dei primi sondaggi tanto eccitanti quanto precari. Lui usciva ed entrava dall'hotel Copley, si sedeva su una poltroncina davanti ai quadri elettronici dei risultati, chiacchierava con i cronisti. E aveva sempre in tasca o nella borsa, lo ha detto più volte, i quattro talismani che non molla mai: la spilletta-quadrifoglio, la piastrina da capitano della Marina riportata dal Vietnam, il portafortuna regalatogli nel New Mexico da un'indiana Navajo, e la nocciolina dell'Ohio («la metterò sulla scrivania della Stanza Ovale, sotto un bicchierino...»). Cielo pieno di nuvoloni, a Copley Square, vento umido dal mare, voci contrastanti da migliaia di seggi in tutto il paese: ma era già festa, da almeno due ore, anche se ancora non vi erano certezze. «Lo dice Drudge Report, il sito Internet: siamo a 50, e Bush a 48! E'sicuro, lo hanno già detto i cronisti del Boston Globe !». Lui, Kerry, il volto da bracco stanco dopo mesi di inseguimento nella foresta, smorzava: «Comunque vada a finire, il nostro paese sarà più forte e andrà avanti. Perché noi siamo americani, ed è questo che dobbiamo fare: andare avanti. Come crede anche il presidente». Pacato, sornione, quasi tenero. Prima però, per 18 ore di fila, aveva ripetuto l'esatto contrario, da mastino e non da bracco: «Chiedete conto al presidente del suo operato. Ora avete una scelta, tutta l'America ha una scelta.
E anche il presidente ha fatto le sue: il crollo nei posti di lavoro, il deficit interno, la sanità in pezzi, l'Iraq allo sbando. George W. Bush ha fatto le sue scelte, quando ha scatenato la guerra sena preparare la pace.
Chiedetegliene conto».
Sono state diciotto ore frenetiche: dalla Florida, con l'ennesimo abbraccio a Bruce Springsteen («Ehi, questo tizio canterà alla Casa Bianca...») a Cleveland nell'Ohio, infine nel Wisconsin e nel Massachusetts.
Diciotto ore apparentemente pianificate in tutto, in realtà lasciate ad un poco di improvvisazione, specie quando il senatore è stato raggiunto dalle sue donne: la moglie Teresa, tutta vestita di verde, e le figlie Vanessa ed Alex. Allora si è avvertito, o almeno così è parso, qualche attimo di commozione: «E'stato un lungo viaggio - ha detto Kerry ai consiglieri e alle sue donne - che abbiamo fatto insieme. Sono commosso dalla nostra gente, dalla bellezza del nostro paese. Vi ringrazio tutti, ne è valsa la pena: ed ora portiamo l'America in un posto più sicuro, e migliore».
Prima mattina a La Crosse, Wisconsin, luogo dove i democratici hanno sempre vinto nelle ultime sette tornate presidenziali, compresa quella del 2000: ancora e sempre scaramanzia. Chiacchierate in Tv, applausi, la mano levata verso gli spettatori in un altro segno propiziatorio, il «cinque» degli sportivi. Poco dopo mezzogiorno, volo fino a Bedford, alla base militare nei pressi di Boston. Alle 13, due passi intorno al Palazzo di Stato del Massachusetts, nel pieno centro della capitale: qui Kerry prende un fascio di volantini, li distribuisce ai passanti entusiasti (America regno della comunicazione: nelle stesse ore, all'altro capo del paese Bush risponde dal centralino telefonico del suo partito).
Alle 13, sempre nel Palazzo di Stato, il voto al seggio elettorale dove il senatore è iscritto. Una poliziotta lo accompagna, la mano sulla spalla, lui impiega naturalmente un millesimo di secondo ad esprimere la sua scelta. . Intanto, Teresa Kerry si è staccata dalla comitiva: è andata a Pittsburgh, Pennsylvania, dove c'è il suo seggio ed anche una delle sontuose cinque dimore della coppia. I due coniugi si salutano con un abbraccio, nuovo appuntamento qui in piazza al tramonto. Adesso John Forbes Kerry, candidato alla guida dell'ultima superpotenza, ha un appuntamento con le vongole del capitano Achab.

di LUIGI OFFEDDU
Corriere della Sera, 3 novembre 2004

Posted by Valentina Ambrosini at 06:31 AM

Novembre 01, 2004

Metti i Beatles nella zuppa!

Ippolita Douglas Scotti, piacentina di Vigoleno, insieme all'illustratore Andrea Rauch, ha allestito una raccolta di ricette nel bel libro Metti i Beatles nella zuppa! (edizioni La Biblioteca; pp. 156, 28.50 euro). Si tratta di un volume gastronomico, meravigliosamente illustrato secondo lo stile policromo e pop del famigerato «sottomarino giallo».
In almeno una trentina di brani i Beatles hanno citato cibi e pietanze e questo non è sfuggito all'orecchio appassionato dell'autrice che, proprio da quelle citazioni, è partita per dare un senso al suo fantasioso disegno culinario. Pere, pecorino e miele per cominciare, ascoltando A taste of honey, oppure un po' di mostarda piccante mentre sul piatto gira Mean Mr. Mustard . E per ascoltare Back in the USSR ideale un antipasto a base d'insalata russa e buon vino bianco. Hey Jude naturalmente, si abbina ai carciofi alla giudia. Alla signora Ippolita Douglas Scotti l'idea di questo ricettario è venuta per caso: una mattina qualsiasi, quando ha intravisto uno scarafaggio nella ciotola del suo cane. Il primo pensiero: There's a beatle in my soup! ossia, c'è uno scarafaggio nella mia zuppa.

Da lì parte la ricerca dei sapori, in particolare nel «pentolone» creativo di Paul McCartney. Poco importa se tocca a George Harrison citare una lista di torte in Savoy truffle o se Glass onion fa venire in mente all'autrice un piatto di «cipolline glassate».
Come ben capite gli abbinamenti sono di pura invenzione, qualche volta legittimati solo da un'assonanza. Prendiamo Eleanor Rigby : la donna che raccoglie il riso sul pavimento di una chiesa dove si è appena celebrato un matrimonio, suggerisce alla Douglas Scotti un «Riso solitario», con cipolla carota e sedano. Il gioco è divertente al di là di quelli che sono i risultati gastronomici da inseguire, ascoltando le canzoni ad hoc. Il libro si lascia gustare anche e soprattutto per le illustrazioni colorate e sognanti, persino psichedeliche nei rimandi al progetto visivo di Yellow submarine . I Beatles, John, Paul, George e Ringo, riaffiorano nella memoria di Andrea Rauch e nostra come li aveva ideati l'illustratore tedesco Heinz Edelmann, con abiti coloratissimi, pantaloni a campana e cravattoni colorati. Il viaggio grafico attraversa d'un fiato gli anni Sessanta: è prima di tutto un percorso sentimentale e serve a rileggere l'universo colorato della pop art.

Posted by Valentina Ambrosini at 11:17 PM