Marzo 04, 2007

L’etica del cibo

Mi ha sempre dato fastidio vedere nei film americani qualcuno che apre un frigorifero e beve un bicchierone di latte gelato oppure, seduto sul bordo del divano, ingurgita un barattolo di burro di arachidi. Ma anche da noi molte ragazze non sanno apparecchiare la tavola e nemmeno usare il coltello e la forchetta.
Li considero segni di imbarbarimento, sintomi di un mondo che tratta il cibo come se fosse un prodotto tecnico, da fare, cucinare e mangiare in fretta, preludio a un pianeta dove non ci sono più esseri umani ma robot. In una vera civiltà, il cibo deve essere prodotto dall'uomo nella sua interezza, con il suo sapere, i suoi sensi, l’olfatto, la vista, l’udito, il tatto, il gusto.
E poi l’armonia, la passione, l’amore, la vigilanza, il gusto estetico.

Il processo incomincia dall’agricoltura, dalla preparazione del terreno, dalla scelta del seme, delle piante, l’innesto, la lotta ai parassiti, la raccolta corretta del frutto.
E poi il cucinare: scegliere gli ingredienti, sentirne la consistenza, la freschezza, il sapore, poi tagliarli nel modo giusto. Dopo, il ritmo della cottura: alcuni ingredienti devono essere posti prima, altri dopo, altri vanno cucinati a parte e aggiunti al momento opportuno.
E poi l’olio, il burro, il sale, le spezie, tutte nella quantità e nel momento opportuno e il fuoco alto o basso, l’uso o il non uso del coperchio. Basta uno sbaglio in questo ritmo rigoroso e il cibo è rovinato come in una composizione musicale quando sbagli una nota.
E poi il tavolo, le stoviglie, le zuppiere, i piatti di portata, i bicchieri, le posate ciascuna per una sua funzione. Il cibo, dalla preparazione al consumo, è perciò sempre scelta, vigilanza, attenzione, misura, equilibrio. Incorpora un’etica. L’obeso e l’anoressico sono il prodotto della violazione di questa etica e di questo sapere. Il miglior nutrizionista è il grande cuoco.
Il cibo infine è tradizione. Noi in Italia siamo fortunati perché il nostro Paese è estremamente vario: freddo, caldo, pianure, colline, montagne, mare, con prodotti tanto diversi quanto i popoli e le civiltà che si sono succedute; così, in ogni più remoto angolo della nostra terra, vi sono ancora tanti piccoli e medi imprenditori che si dedicano al cibo con tutta la ricchezza della loro umanità.
Ringraziamoli, siamo loro riconoscenti: essi costituiscono l’antidoto alla superficialità, al pensiero frantumato, alla indifferenza, all’eccesso, all’improvvisazione, alla violenza, alla dismisura.

Corriere della sera, 4 settembre 2006

L’etica del cibo contro la barbarie del pensiero frantumato
di Francesco Alberoni

Posted by Valentina Ambrosini at 10:39 PM

Gennaio 23, 2006

Poesia in cucina

La cucina richiede tutta l’attenzione possibile, ma ricompensa con sconfinati piaceri dei sensi.
Il fruscio dell’acqua che scorre attraverso le foglie di lattuga, il colpo secco del coltello che spacca l’anguria, il profumo fresco d’estate che diffonde la frutta quando si sbuccia. La morbidezza seducente del cioccolato che comincia a fondere. La resistenza della salsa contro il cucchiaio quando si addensa nel tegame e la meravigliosa leggerezza del parmigiano che esce dalla grattugia e si accumula in soffici montagnole. In cucina il tempo scorre lento e offre un universo di piccole soddisfazioni.

Ruth Reichl - Aglio e zaffiri

Posted by Valentina Ambrosini at 01:22 AM

Luglio 31, 2005

Ristoranti e incantesimi

Ogni ristorante è un teatro.
I ristoranti ci liberano dalla realtà quotidiana. Varcata la porta d'ingresso si entra in un territorio neutrale dove si è liberi di essere chiunque si scelga di essere per la durata del pranzo.

Ruth Reichl - Aglio e zaffiri

Posted by Valentina Ambrosini at 11:33 PM

Maggio 19, 2005

Mangiare e amare, cantare e digerire: questi sono in verità i quattro atti di questa opera buffa che si chiama vita

"Dopo il non far nulla, io non conosco occupazione per me più deliziosa del mangiare, mangiare come si deve, intendiamoci. L'appetito è per lo stomaco ciò che l'amore è per il cuore.
Lo stomaco vuoto rappresenta il fagotto o il piccolo flauto, in cui brontola il malcontento o guaisce l'invidia; al contrario, lo stomaco pieno è il triangolo del piacere oppure i cembali della gioia.
Quanto all'amore, lo considero la prima donna per eccellenza, la diva che canta nel cervello cavatine di cui l'orecchio si inebria e il cuore ne viene rapito.
Mangiare e amare, cantare e digerire: questi sono in verità i quattro atti di questa opera buffa che si chiama vita, e che svanisce come la schiuma di una bottiglia di champagne.
Chi la lascia fuggire senza averne goduto, è un pazzo."

Gioacchino Rossini

Posted by Valentina Ambrosini at 11:11 PM

Maggio 04, 2005

Il patrimonio ipogeo di toponomastica gastronomica

Il luogo di produzione di molti alimenti caratterizza la loro denominazione: il lardo di Colonnata deriva il suo nome dal comune di Colonnata così come la cipolla di Tropea identifica il luogo di coltivazione.
Accade, viceversa, che anche i nomi di alimenti possano caratterizzare i luoghi.
La forza evocativa del colore dei cibi, del loro profumo o delle loro caratteristiche organolettiche ispirano ad esempio gli speleologi nella scelta dei nomi dei pozzi, dei meandri e delle sale.
Arrivati per la prima volta in un luogo inviolato da sempre, gli scopritori si fermano ad ammirarne le caratteristiche. Concrezioni elicoidali portano spesso alla mente il ricordo di un fusillo, morfologie caratterizzate da piccole cavità possono far pensare ad un formaggio svizzero.
La fame conseguente agli sforzi fisici affrontati per arrivare in quei posti contribuisce sicuramente a determinare tali associazioni, ma vi è forse qualcosa di più profondo che induce gli uomini ad affidarsi al ricordo del cibo.

A tutte le sensazioni del gusto e dell'olfatto si associa infatti un'emozione a cui si connette una reazione affettiva di piacere o dispiacere, che a sua volta richiama altri cibi gustati in altri tempi e in altri luoghi. L'aroma della cucina materna o quella del paese natio hanno un potere di evocazione che suscita nostalgie senza pari quando non lo ritroviamo più. Non è solo una faccenda di olfatto e di gusto, ma di emozione, di evocazione e di memoria.

Nelle grotte esplorate dalle Nottole ci sono molti riferimenti enogastronomici. Sbirciando tra i rilievi topografici si scoprono denominazioni quali:
- sala Sangria, così chiamata per le incredibili colate calcitiche di un bel rosso rubino;
- sala dell'Uovo, per la presenza di un particolare ciottolo bianco di forma ovoidale;
- meandro Emmenthal, per la morfologia degli ambienti, che ricorda vagamente le cavità del famoso formaggio;
- pozzo Lasagne: in ricordo di una teglia di lasagne fatte in casa e gustata il giorno dell’esplorazione.

Dietro ognuno di questi nomi vi è una persona con i suoi ricordi, i suoi gusti e le sue emozioni, perché, in speleologia, la scelta del nome dei nuovi ambienti compete a chi li esplora.

Si ringrazia lo speleologo Giorgio Pannuzzo per il contributo fornito.

Posted by Valentina Ambrosini at 11:50 PM

Marzo 09, 2005

Felicità

L’invenzione di un nuovo piatto serve alla felicità degli uomini più della scoperta di una nuova stella.

Brillant-Savarin

Posted by Valentina Ambrosini at 11:57 PM

Novembre 29, 2004

Luigi Veronelli

VERONELLI.jpg

Gino, pensandoci bene, poteva nascere solo a febbraio. Gli altri mesi sono del tutto allineati nella loro consequenziale normalità. Febbraio no, si allunga e si accorcia, vive in perenne antitesi col resto dell'anno, è anarchico, controcorrente e terribilmente scomodo. Com'era Gino.
Adesso lo immaginiamo in cammino, avvolto dal suo mitico mantello, mentre s'inerpica per una collina sempre più in salita, camminando su un sentiero tra filari di viti: la sua uscita da questo mondo, col quale ha battagliato parecchio, non potrebbe che essere così. Grazie, questa è la prima parola che ci viene in mente.


«Il peggior vino contadino è migliore del miglior vino industriale»: è una delle tante massime di Luigi Veronelli. Uno dei suoi punti fermi, una delle sue tante battaglie. Vinte e perse. Vinta quella cinquantennale per il vino di qualità, perché la produzione italiana, in mezzo secolo, ha fatto passi da gigante, e ciò grazie anche a Veronelli; vinta anche quella volta a educare gli italiani al gusto e al buon bere; persa, invece - come ammetteva lui stesso - o, comunque, ancora in corso, quella per l'olio di qualità. Una crociata, quest'ultima, intrapresa in tarda età, andando a cozzare contro gli enormi interessi delle multinazionali del settore agroalimentare. Nel febbraio scorso aveva addirittura guidato una marcia in Puglia, sulle banchine del porto di Monopoli, per impedire lo sbarco di olî (anche di nocciola o di arachidi) provenienti dai Paesi nordafricani e poi spacciati sul nostro suolo come extravergine d'oliva italiani.
La scomparsa di Veronelli era nell'aria: l'uomo era malato da tempo (oltre che acciaccato, da qualche anno era quasi cieco), ma, fino a quando ha potuto, ha coltivato i suoi interessi e le sue passioni. Se n'è andato vicino agli ottanta, ma il suo desiderio era quello di arrivare a cent'anni: «Così - diceva - scriverò un libro che intitolerò "Un secolo divino"», con quell'aggettivo, ovviamente, non scelto casualmente. Non ce l'ha fatta, purtroppo.
Veronelli da molti bergamaschi veniva considerato un conterraneo (da tanti anni aveva stabilito la sua residenza, la sua cantina e il suo quartier generale in Città Alta, in via Sudorno, una specie di museo del vino): in realtà era milanese, anche se - così si può dire - «naturalizzato orobico». «Sono nato a Milano ma mi sento bergamasco in pieno», diceva.
Gli esordi da giornalista risalgono all'inizio degli anni Cinquanta e la svolta da semplice cronista a giornalista enogastronomico avviene nel 1956. Luigi Veronelli aveva 30 anni, lavorava al «Giorno» e aveva una grande passione per gli studi filosofici e sociali. Chiese, allora, al direttore del neonato quotidiano milanese, Italo Pietra, di poter scrivere di questi argomenti, ma il capo obiettò: «Abbiamo già importanti filosofi e sociologi come collaboratori su questi temi. Tu non hai qualche altra passione?». Il giovane Veronelli spiegò al direttore che uno dei suoi piaceri più grandi era quello di scoprire e assaggiare i prodotti della terra. Pietra gli diede l'incarico di occuparsene immediatamente. Nacquero così i primi reportage di Veronelli nelle campagne di tutta Italia, inchieste che ebbero risonanza sulla stampa estera.
«Bere vino - spiegava - per me è come ascoltare un racconto, è il compagno privilegiato di un uomo. Per il cibo non è esattamente così, anche se sono contento che oggi vi sia più attenzione ai cibi genuini e si riscoprano i prodotti di una volta. Sono, in fondo, i valori che cantava Lucrezio, l'armonia con la natura. Il vino, però, ti ricorda la storia, la cultura di una terra, la fatica dei contadini che l'hanno prodotto. Il vino, a differenza di un frutto, si ripete e ti regala la gioia del "gusto del gustato". E non è vero che il vino annebbia sempre la mente: Galileo, a un amico che gli aveva regalato una damigiana, ringraziò dicendo che il vino non solo era buono ma lo aveva anche aiutato a risolvere un problema che prima gli sembrava complicatissimo». Diceva anche che un assaggio di Brunello di Montalcino gli ricordava Gustav Mahler.
E sulla storica guerra del vino tra Italia e Francia diceva: «Nelle bollicine vincono i francesi. Lo champagne è un gradino più su del nostro spumante, perché ha una terra con una marna di grandissima profondità. Nei rossi, invece, siamo superiori noi». Mentre non considerava i prodotti del nuovo mondo enoico, e cioè i vini australiani, cileni, californiani e suadafricani: «Non esistono. Sono monotoni, si tratta sempre dei soliti 3-4 vitigni: Chardonnay, Merlot, Cabernet-Sauvignon, Syrah. Non c'è confronto con i 2 mila vitigni italiani».
Negli anni ruggenti - confessava senza il minimo turbamento - era arrivato a fare assaggi (era il suo lavoro, del resto) equivalenti a quattro bottiglie al giorno; poi, con l'avanzare degli anni, aveva ridotto la dose «senza però - precisava - scendere sotto i dieci bicchieri quotidiani». Ed è arrivato vicino agli ottant'anni. Diceva che la resistenza all'alcol è soggettiva, ma comunque riteneva che la dose giusta era quella seguita dal fratello gemello che non andava oltre i due bicchieri a pasto. Tra il serio e il faceto, aggiungeva di considerare gli astemi dei «malati» ma non incurabili: «Possono sempre guarire dal loro malanno. Basta iniziare con un Moscato d'Asti, un Bardolino o un Valpolicella leggero». Lui, invece, aveva esordito a nove anni con una Barbera di 14 gradi, proseguendo sulla stessa linea per altri settanta.
Era chiamato il «principe» dei giornalisti enogastronomici ma lui si schermiva e diceva: «Sono solo il più vecchio». La sua autorevolezza era, però, indiscussa, e un suo parere valeva dieci volte quelli degli altri esperti. E diceva cose di buon senso: «Ho visto che vi sono bottiglie di vino rosso anche da 250 euro, ma io penso che una bottiglia anche del vino più pregiato non debba costare più di 25 euro». Qui, purtroppo, è rimasto inascoltato da produttori, commercianti e ristoratori.
Si professava anarchico e considerava la proprietà un furto ma, subito dopo, specificava: «Sono anarchico dell'unica anarchia possibile, quella cioè che prevede l'assunzione di responsabilità nel rispetto di se stessi e degli altri. Chi dice che l'anarchia è disordine, commette un falso grossolano».
Veronelli era il nume tutelare del buon vino italiano, ma alla domanda su quale fosse stato il miglior vino da lui assaggiato nella sua vita, aveva risposto: «Un Porto, bevuto all'età di 26 anni...», non mancando di suscitare, dopo aver pronunciato queste parole, un po' di stupore fra i presenti, anche se subito dopo aveva aggiunto: «...che mi era stato offerto da una splendida portoghese». Svelando così l'arcano.

Pierluigi Saurgnani
L'Eco di Bergamo

Posted by Valentina Ambrosini at 11:38 PM

Ottobre 24, 2004

Chi prepara il cibo

In India i bramini più ortodossi pensano che chi prepara il cibo proietta in esso, anche inconsciamente, il suo influsso.

Tiziano Terzani, Un altro giro di giostra

Posted by Valentina Ambrosini at 08:34 PM

Settembre 19, 2004

Il vero cuoco

Lo scultore Arturo Martini ebbe un’infanzia poverissima. Studiò cinque anni: due anni ripeté la prima elementare e tre la seconda.
Figlio di un cuoco, ha detto sulla cucina una cosa giustissima: “La cucina si fa per istinto. Un altro deve assaggiare la minestra, io, alla vista, avverto se ha il sale. C’è l’Artusi e poi c’è anche l’inafferrabile”.

E’ così. Il vero cuoco non assaggia, è un po’ come il pianista che suona senza guardare la tastiera.

Aldo Buzzi - L’uovo alla Kok


Posted by Valentina Ambrosini at 06:50 PM

Giugno 12, 2004

Dedicato a chi ama volare

Dagli occhi di un bambino decollano gli aeroplani.
Se chiudesse gli occhi cadrebbero.
Solo il suo stupore li mantiene sospesi,

la sua piccola mano li innalza,
il suo cuore li muove e li allontana.
Senza un bambino appiccicato ai vetri,
alle alte ringhiere di una terrazza adulta,
gli aeroporti morirebbero d’orrore.
Un bambino non potrà mai pronunciare la parola
“aeronautica”
ma da lui dipenderà l’imitazione dell’uccello.
Un bambino non saprà calcolare le distanze
ma è lui la garanzia del ritorno.
Ogni aeroporto deve avere un bambino incollato ai vetri, accanto agli altoparlanti, dovunque si acquatti la paura.
Grazie a lui durerà meno lacrime il rientro di tutti,
dorrà meno baci l’addio delle madri
e le hostess potranno prescindere da avvisi insulsi.

Un aeroplano per aria
sono molti bambini che guardano l’orizzonte.

Alexis Diaz Pimienta

Posted by Valentina Ambrosini at 04:13 PM

Dicembre 06, 2003

“ie ‘ndac a fond i gnoc”

E’ una espressione dialettale bergamasca che sta a significare “sono andate male le cose” e che letteralmente si traduce con “sono andati a fondo gli gnocchi”.
Mi sorprendo nello scoprire la saggezza dei nostri vecchi nel tradurre visivamente e sensorialmente le situazioni della vita.

Posted by Valentina Ambrosini at 11:00 PM

Ottobre 20, 2003

Davanti al forno

Avrei dovuto continuare a vivere finchè non avessi imparato a non aprire il forno mentre la torta sta cuocendo.
Solo a quel punto sarei forse stata pronta a imparar qualcosa a proposito di amore, desiderio, memoria, morte e tutte le altre cose che tengono sveglia la gente di notte.
Queste sono le riflessioni che un uomo può benissimo fare mentre cucina.

Posted by Valentina Ambrosini at 10:02 PM

Ottobre 14, 2003

Salutare

Vedere i bambini seduti nelle ultime file dell’autobus salutare, sventolando manine ed esultando se qualche automobilista ricambia con un rapido saluto.
Ritrovarsi a sorridere dopo aver ricambiato il saluto e a ricordare la gioia che mi accompagnava da bambina quando andavo in gita scolastica.
Un Onesto Piacere

Posted by Valentina Ambrosini at 09:50 PM

Giugno 25, 2003

La quiete africana

"Un animale domestico sarebbe incapace di stare quieto come un animale selvaggio. Gli uomini civilizzati non sanno più cos'è la vera calma e devono prendere lezioni di silenzio dal mondo selvaggio, prima che quel mondo li accetti.
L'arte di muoversi con delicatezza, senza scatti improvvisi, è la prima arte del cacciatore, soprattutto del cacciatore con la macchina fotografica."

da "La mia Africa" di Karen Blixen.

Posted by Valentina Ambrosini at 04:36 PM

Maggio 26, 2003

Rincorrendo i mercati globali distruggiamo il gusto del bello. Resiste però la cucina italiana.

di Francesco Alberoni

L’altro giorno sono stato in un negozietto di Milano con mia moglie, per cercare un paio di guanti. E sono rimasto stupito. Ho visto guanti d’epoca in pelle sottilissima, meravigliosi fazzoletti di cotone e in lino, fazzolettini ricamati, vestaglie, sottovesti vaporose, di un gusto, una ricercatezza che non vedevo da anni, da quando a Milano, a Firenze, a Venezia, a Roma trovavi boutique con meravigliosi prodotti artigianali, espressione di una tradizione e di una creatività che non era stata ancora mortificata dal mercato di massa.

Un artigianato sorto per soddisfare i gusti di una aristocrazia e di una borghesia raffinate, esigenti, che conoscevano il bello, che sapevano fare confronti ed erano pronte a pagare la bellezza, la qualità eccezionale. Gente che aveva avuto, nel Rinascimento, come architetti Michelangelo e Bramante, come costumisti Leonardo da Vinci e, come orafi, Benvenuto Cellini. L ’humus culturale in cui è fiorita l’architettura che rende meravigliose le nostre città, e da cui ha potuto nascere, negli anni Sessanta, il design e, negli anni Settanta, la moda italiana.
Un mondo e un gusto che però oggi stanno scomparendo. Perché gli autori del made in Italy , dopo un periodo di straordinaria creatività, hanno finito per piegarsi alle esigenze di un mercato di massa e alla qualità di massa. Per cui fanno produrre in Cina da gente che non capisce queste cose e vendono in un mercato mondiale dove non c’è mai stato questo gusto. E per lo stesso motivo sta svanendo anche l’architettura che ci ha dato gli stupendi palazzi e le confortevoli case delle nostre città d’arte.
Soprattutto l’architettura pubblica: i teatri, gli alberghi, le università, le sedi delle imprese che, nel passato, nascevano da committenti che volevano incarnarvi i propri simboli e i propri valori. Mentre oggi nascono da committenti anonimi e per un mercato anonimo. Scatole multifunzionali il cui destino è di essere vendute e distrutte. Il committente non vi oggettiva se stesso e l’architetto non ha più una immagine del suo pubblico.
Per questo tutti i nuovi teatri, auditorium, alberghi sono aridi, tristi, impersonali. Perché non sono stati pensati per individui reali. Fino al grattacielo, una forma stagliata nel cielo, ma all’interno anonima, spettrale, disumana. Ciò che continua a restare vivo della nostra cultura è, ora, soltanto l’abitazione privata, il luogo dell’oggettivazione della nostra persona e dei nostri affetti familiari. Nessun popolo ne ha tanta cura e vi spende tanto denaro come gli italiani. Poi viene la cucina in cui, negli ultimi tempi, sembra essersi concentrata tutta l’iniziativa e la creatività del nostro Paese. Meravigliosi vini, produzioni industriali e artigianali tipiche, una superba ristorazione. Un fatto che traspare anche nel gran numero di spettacoli televisivi sui prodotti tipici, i piatti, le invenzioni gastronomiche. E, all’ultimo, i prodotti che servono alla salute, alla bellezza, le creme, i profumi.
In sostanza, soltanto ciò che è prossimo all’individuo, al suo corpo, e che può essere personalizzato, plasmato a propria misura.


Posted by Valentina Ambrosini at 09:31 AM

Maggio 12, 2003

Il giro del mondo fatto a tavola

Beppe Severgini - da "Qui Touring", maggio 2003

"Un viaggio non è rappresentato solamente dalle città che si visitano, dai tipi che s'incontrano, dalle genti che si studiano, dai monumenti che s'ammirano o si finge d'ammirare, dalle cattive colazioni che si pagano salate, dalle buone cene che non si digeriscono, dalla chiacchiere che si dimenticano, dalle altre chiacchiere che si ricordano, dai panorami che stupiscono, dalle mance che non contentano mai il cameriere, dalle valigie che si fanno e si disfanno... Un viaggio è anche pieno di tante cose indefinibili le quali nascono e muiono in fondo all'anima...fantasmi, nonnulla, povere mammole che lasciano un po' di profumo. E col tempo, quando gli anni passano, inesorabilmente, la spugna sulle visioni e sui ricordi, sono forse unicamente le povere mammole quelle che restano!"

Così scriveva Mario Appelius nel 1925, in un libro dal titolo "Asia tragica e immensa". L'uomo aveva molta fantasia (fin troppa, diceva Montanelli). Ma sapeva scrivere. I suoi racconti sono l'equivalente di un quadro orientalista, e vanno presi come tali. L'intuizione delle "mammole" è comunque interessante. Dei viaggi, spesso, rimangono profumi e sapori. Soprattutto quando sono combinati dentro un piatto, con un bicchiere di vino davanti. Del turismo gastronomico si parla tanto, di questi tempi. Ormai non c'è paesino, valle, conca, collina o lungomare che non sia battuto dagli "esploratori del gusto". Approvo, sia chiaro. Questo modo di viaggiare sta provocando molte conseguenze positive: movimento turistico, nuovi prodotti editoriali, riscoperta di cibi e tradizioni, giovani ristoratori che hanno trovato un bel lavoro e un buon reddito lontano dalle grandi città, eccetera. Interessante è capire cosa accadrà adesso. "Mai profetizzare, soprattutto sul futuro", diceva Sam Goldwyn, il magnate di Hollywood. Ma lui non aveva la deliziosa incoscienza di noi italiani: quindi, lasciatemi provare. Credo che le novità dei prossimi anni - nella ristorazione, ma anche nell'alimentazione - saranno di natura internazionale ("etnica", dicono oggi). Non soltanto come sapori; anche come modalità di servizio. Pensate alla facilità con cui i McDonald's si sono inseriti nelle abitudini italiane: non le hanno sconvolte, come temeva qualcuno; e non hanno fatto concorrenza ai nostri cibi (come avrebbero potuto?). McDonald's in Italia non vende tanto gli hamburger, quanto il tempo, i giochini per i bambini e una certa aria d'America (che piace sempre, Iraq o non Iraq). I ristoranti cinesi si sono imposti non solo perché offrono piatti diversi, ma perché li fanno pagar poco (sono stati la prima alternativa istituzionale alle pizzerie: lo dimostra il numero di giovane coppie che s'incontrano). I locali cubani o brasiliani non propongono solo piatti dal nome eufonico (euforico?), ma anche un'illusione di spensieratezza.I ristoranti giapponesi offrivano anche un'esperienza estetica: se hanno fallito, era per via dei prezzi, troppo alti. Ecco: pensate quante altre cose possono succedere. Giorni fa ero a pranzo con tre colleghi, e uno ha esclamato: "Churrasco per tutti!". E non eravamo a Santa Fe (Argentina), ma in via San Marco (Milano). Se le cose andranno sempre più in questa direzione, non c'è da stupirsi. Tutte le civiltà satolle hanno cercato di insaporire le proprie vite. E' accaduto agli ateniesi e ai romani, ai franchi e ai vittoriani. Sta accadendo all'Italia (non accade, invece, agli Stati Uniti, una nazione ancora in piena "fase spartana"). Non sempre queste mode hanno profondità: spesso sono una forma di solletico dello spirito (eseguito attraverso lingua e palato). Ma la curiosità che circonda il cibo è genuina; così il desiderio di sperimentazione. Rispetto ad altre parti del corpo umano, lo stomaco è più serio, pratico e lungimirante. La cucina italiana, perciò, cambierà più in fretta della società italiana. Aspettatevi un 2008 profumato di zenzero, citronella, coriandolo e chissà cos'altro. Piatti locali con variazioni esotiche. Giovani cuochi che tornano dalle vacanze pieni di voglie iconoclastiche. Un mondo nuovo, che sarebbe piaciuto ad Appelius. E noi viaggiatori saremo i primi a scoprirlo. Bello, no?


Posted by Valentina Ambrosini at 12:15 PM

Maggio 06, 2003

Giovedì e Minù

Giovedì è il mio gatto, ha quasi un anno. E' un gatto europeo di colore nero. In questo momento porta un collare color giallo.
Minù è una gattina più giovane di Giovedì, con gli occhi verdi e il pelo arruffato.

Il loro primo incontro risale a circa sei mesi fa, quando Fabio (il mio vicino di cinque anni) aveva deciso che anche lui voleva un gatto. All'inizio si era innamorato di Giovedì a tal punto da comprare un pupazzo molto simile al mio gatto.
Quando ha realizzato che Giovedì non era del tutto il suo gatto, perchè mi veniva incontro e lo abbandonava quando arrivavo, ha deciso che lui doveva avere un gatto tutto suo. Aveva anche deciso che io non ero più meritevole di un saluto o di un sorriso.
Poi è arrivata Minù.
La gattina di Fabio, la gattina che lo ha rifatto avvicinare a me.
Tutto è andato bene finchè, circa due mesi fa, trovo Fabio sul pianerottolo. Con i lacrimoni agli occhi mi chiedeva se avevo visto Minù, perchè da una settimana non la trovava più. E invece, Giovedì, accidenti, era sempre in giro. Questa volta un pò triste e con l'ennesimo collarino nuovo (di solito ne perde uno ogni mese).

Dopo due mesi, quando di Minù ci si augurava solo che avesse fatto una buona fine, il campanello di casa mia suona ininterrottamente per cinque volte. Non rispondo, perchè non ero di buon umore.
Poi sento la voce di Fabio che dice ... ma no, è in casa. C'è la luce accesa ... e il campanello di casa mia suona di nuovo ininterrottamente come le sirene che annunciano un allarme.

Sono costretta ad apire la porta e trovo Fabio con un dito premuto sul campanello e con in braccio Minù.
Mi dice subito ... Minù è tornata.
Gli dico ... incredibile, ma sei sicuro che sia proprio lei?
Lui la prende con tutte e due le mani, le avvicina il musetto al suo volto e mi dice ... gli occhi sono proprio quelli.
Nel frattempo Minù è cresciuta, ma non ha perso il vizio di salire sul mio divano. Quando Fabio l'ha appoggiata in terra si è diretta immediatamente in casa mia, sul divano. Giovedì l'ha inseguita, un pò preoccupato per quella presenza.
Hanno ricominciato a dividere gli spazi, a grattare sul vetro della porta quando vogliono entrare, a buttarsi dal divano per attaccarsi.

Ho visto i genitori di Fabio. Dopo aver ipotizzato cosa fosse successo in quei due mesi, chi potesse averla accudita così bene, abbiamo convenuto che nella vita ci si può aspettare proprio di tutto.

Posted by Valentina Ambrosini at 01:51 PM

Aprile 03, 2003

Cantico dei Cantici

Sostenetemi con focacce d'uva passa,
rinfrancatemi con pomi,
perché io sono malata d'amore.

Cantico dei Cantici - Capitolo 2

Posted by Valentina Ambrosini at 04:09 PM

Aprile 01, 2003

Un onesto pensiero

E' il soldato e non il poeta che ci dà la libertà di parola.
E' il soldato e non il giornalista che ci dà la libertà di stampa.
E' il soldato e non l'agitatore che ci dà la libertà di protesta.
E' il soldato che combatte per la bandiera, che saluta la bandiera, e la cui bara viene avvolta nella bandiera, che dà ai dimostranti il diritto di bruciare la bandiera.

(Karen - USA)

Posted by Valentina Ambrosini at 04:15 PM

Marzo 21, 2003

Il piacere della pubblicità

Vi sarà sicuramente capitato di fermarvi, rapiti, ad osservare la pubblicità di una nota casa automobilistica che ritrae un uomo in diverse situazioni. Con due bambini tra le braccia, con un cane, steso abbracciato ad una donna.
"Viaggio nei valori di un uomo" è lo slogan.
"Sicurezza, fedeltà, forza, armonia" ... sembra quasi un gioco, quasi fossimo invitati ad abbinare queste quattro parole alle quattro immagini della pubblicità.

Posted by Valentina Ambrosini at 12:10 PM

Febbraio 22, 2003

"L'animale più generoso, l'unico che dà veramente tutto di sè alle gioie del palato, è anche, da sempre, il più calunniato e incompreso."

(da: Le delizie del divin porcello, di Riccardo Di Corato (Milano, ideaLibri, 1984)

Posted by Valentina Ambrosini at 05:03 PM

Novembre 10, 2002

Felici di nulla (M. Alvarez)

Bisogna essere felici di nulla,
di una goccia d'acqua oppure di un filo di vento.
Di una coccinella che si posa sul tuo braccio o del profumo che viene dal giardino.

Bisogna camminare su questa terra con le braccia tese verso qualcosa che verrà
e avere occhi sereni per tutte le incertezze del destino.
Bisogna saper contare le stelle, amare tutti i palpiti del cielo
e ricordarsi sempre di chi ti vuole bene.
Solo così il tempo passerà senza rimpianti
e un giorno potremo raccontare di avere avuto tanto dalla vita.

Posted by Valentina Ambrosini at 10:50 AM

Novembre 07, 2002

Giovedì - il gatto da festeggiare ogni settimana

GIOVEDI IN POSA CON LIBROdef.jpg


Le scoperte del giovedì mattina invitano a riflettere

Ho scoperto Fabio (il mio piccolo vicino) a fare gli aguri di buon onomastico al mio gatto.
Era giovedì scorso e Fabio ha ritenuto giusto, prima di andare all'asilo, fare gli auguri a Giovedì (il gatto).
Gli ha anche promesso che lo farà ogni settimana :-)

Posted by Valentina Ambrosini at 06:06 PM

Ottobre 30, 2002

Chi muore

Lentamente muore chi diventa schiavo dell'abitudine,
ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi,
chi non cambia la marca, chi non rischia e cambia colore dei vestiti,
chi non parla a chi non conosce.

Lentamente muore chi fa della televisione il suo guru.
Muore lentamente chi evita una passione,
chi preferisce il nero su bianco e i puntini sulle "i"
piuttosto che un insieme di emozioni,
proprio quelle che fanno brillare gli occhi,
quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso,
quelle che fanno battere il cuore davanti all'errore e ai sentimenti.

chi muore
Lentamente muore chi diventa schiavo dell'abitudine,
ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi,
chi non cambia la marca, chi non rischia e cambia colore dei vestiti,
chi non parla a chi non conosce.

Lentamente muore chi fa della televisione il suo guru.
Muore lentamente chi evita una passione,
chi preferisce il nero su bianco e i puntini sulle "i"
piuttosto che un insieme di emozioni,
proprio quelle che fanno brillare gli occhi,
quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso,
quelle che fanno battere il cuore davanti all'errore e ai sentimenti.

Lentamente muore chi non capovolge il tavolo, chi è infelice sul lavoro,
chi non rischia la certezza per l'incertezza, per inseguire un sogno,
chi non si permette almeno una volta nella vita
di fuggire ai consigli sensati.

Lentamente muore chi non viaggia, chi non legge, chi non ascolta musica,
chi non trova grazia in se stesso.
Muore lentamente chi distrugge l'amor proprio, chi non si lascia aiutare.
Muore lentamente chi passa i giorni a Lamentarsi della propria sfortuna
o della pioggia incessante.

Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo,
chi non fa domande sugli argomenti che non conosce,
chi non risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce.

Evitiamo la morte a piccole dosi,
ricordando sempre che essere vivo richiede uno sforzo
di gran lunga maggiore del semplice fatto di respirare.
Soltanto l'ardente pazienza
porterà al raggiungimento di una splendida felicità.
(Pablo Neruda)

Posted by Valentina Ambrosini at 12:06 PM

Ottobre 29, 2002

Non mi stupisco più di molte cose!

Di una cosa si. Ieri pomeriggio, stavo leggendo un libro. Avevo il gattino sulle gambe. Fabio (il bambino che vive vicino) si è affacciato al giardino per cercare il gatto. Lo chiamava con insistenza, ma Giovedì, che sabato mattina ha fatto le vaccinazioni, non aveva proprio voglia di abbandanore il suo nido. L'ho portato fuori io, tenendolo in braccio, ed ho visto Fabio, con un sorriso enorme, alzare un pelouche di colore nero, della forma di Giovedì ... insomma sembrava proprio il mio gatto, ma era una pantera. Il padre mi ha raccontato che il bambino si è fermato di fronte ad una vetrina di giocattoli ed ha preteso di avere quel peluche, perchè era uguale al gattino.
Ho fatto notare a Fabio che il peluche era però una pantera ed ho finto di spaventarmi pensando che Giovedì fosse una pantera. Fabio mi ha tranquillizzata. Con tono serio mi ha detto che no, il mio gattino era un gatto e non una pantera :-) Ha appoggiato la pantera vicino a Giovedì ed ha fatto giocare il gatto. Poi se ne è andato tenendo la pantera stretta, stretta. Mi ha detto ... domani vado all'asilo, ma poi nel pomeriggio vengo a giocare con il gatto.

... mi servirebbe una macchina fotografica usa e getta per fotografare la pantera vicino a Giovedì :-)

Posted by Valentina Ambrosini at 11:57 AM