Giugno 13, 2003

La Pizzicheria

“Ho mangiato un pizza alla pizzicheria sulla piazzetta di Pisa”.

Inizia con uno scioglilingua la mia ricerca sul mondo delle salsamenterie, delle pizzicherie, delle drogherie. Nomi che evocano profumi e sapori. Insegne ormai scomparse, sostituite da supermercati, discount e centri commerciali.
C'era una volta il piccolo, modesto commerciante, quello che veniva periodicamente visitato dal rappresentante, quasi sempre un amico al quale ci si rivolgeva con il "lei" e che faceva precedere la sua imminente visita da un avviso di passaggio, una specie di cartolina, oggi diventata rarità filatelica, scritta a mano con buona grafia, con modo educato, ma non distaccato, sollecitando a volte anche un pagamento scaduto.

Questi avvisi di passaggio valevano una telefonata, ma erano più personali, più incisivi e poi, avevano il grande merito di arrivare puntuali: la posta era una cosa seria e il francobollo costava pochi centesimi. Il piccolo commerciante rappresentava il nerbo dell'economia di allora. Puntualmente, apriva presto la sua bottega e l'orario era continuato fino a sera tardi. Esponeva la sua merce, quasi sempre ridotta all'essenziale.
La freschezza era affidata ad arrivi settimanali.
I negozi alimentari vendevano soprattutto il pane, che era quasi sempre di pochi tipi e la pasta sfusa. L'anonima pasta, piatto fondamentale, sommariamente condita, correva verso avidi appetiti. Quasi sempre da un lato del negozio erano allineati, rimboccati, paffuti, tetragoni, i sacchi di riso, fagioli, lenticchie e ceci. Già, i ceci .... il venerdì si vendevano anche bagnati. Erano lì, cicciotti, aggregati a formare una piramide nella tinozza verde di coccio, in parte sommersi ancora dall'acqua di bicarbonato. Di fianco un altro coccio, quello del baccalà, quello comune e quello denominato “di San Giovanni”.
Il bottegaio prendeva un foglio di carta paglia, ne faceva due parti uguali, da cui ne ricavava rapidamente un cartoccio per il mezzo chilo di ceci e l'avvolgimento per i tre etti di baccalà. La gialla carta, durante il ritorno a casa s'impregnava d'acqua, ad eccezione dell'appendice in basso del cartoccio. Il baccalà, pregno di umidità, riduceva quella carta a poche scaglie, alcune delle quali si perdevano per la strada, non potendo la maggior parte delle volte disporre di una borsa.
Sul bancone della pizzicheria, quattro cubici barattoloni di vetro, con coperchi di alluminio tutti ammaccati, costituivano l'unico ostacolo visivo verso la bilancia Berkel, il cui nome infondeva un senso di fiducia. Era un bilancia rossa di quelle con un lancettone proteso verso l'altro, quasi a voler dare un senso di esattezza.
Da una parte un piccolo piatto bianco e dall'altra un contenitore di ottone ossidato, graffiato, battuto, che certamente all'origine doveva essere lucidissimo: lì saltellavano i pesi, con un rumore sordo e sempre uguale. Nei barattoloni di vetro c'erano i dadi da brodo Maggi, il cacao amaro, il cacao dolce e i grani di caffè. I prodotti per il bucato erano stipati in due sudice casse sotto il bancone, una bassa e una alta: in quella bassa i sacchetti di sodina, uno dietro l'altro, su uno strato di altrettanti sacchetti rotti; nella cassa alta una mercanzia diseguale, quasi simile alle carrube e tutto alla rinfusa, di aspetto scuro, che emanava uno strano odore, secco, ma penetrante, quasi fastidioso: era la radica saponaria, che bollita dava un colore bianco alle lenzuola, un bianco che non ho visto mai più. In fondo c’era una latta con la pomice, seminascosta.
L'insegna di alcune pizzicheria indicava “Pane, Pasta e Drogheria”.
Il pane indicava l'essenziale e la pasta era la sua necessaria sorella fedele.
Sulla vetrina, quali uniche calcomanie, spiccavano: un omino con l'indice rivolto verso la sua lucidissima scarpa ad indicare la reclame di un famoso lucido, la cosiddetta "cromatina", una sognante ragazza tutta vestita che usava soltanto saponette Palmolive, la figura di una pompa a manovella per spruzzare il flit.
Un tipo di spesa giornaliera per una normale famiglia poteva comprendere:
- un chilo di pane;
- tre etti e mezzo di pasta;
- un etto di conserva;
- un etto di marmellata;
- un etto di alici salate;
- mezzo etto di pecorino;
- un etto di mortadella, o di coppa, o di sfrizzoli.

Sul bancone della pizzicheria, divise a seconda della grandezza e quindi con prezzo differente, tante uova; da un lato un piccolo cesto con poche uova, quelle di giornata. Queste ultime, "da bere", erano esenti dall'esame dell'occhio magico posto alle spalle del negoziante. Era una strana operazione che si svolgeva appoggiando il fondo dell'uovo contro un foro circolare, spingendo il quale si accendeva una lampadina. Cosa indicasse o verificasse o volesse collaudare, non l'avrei mai potuto capire, anche perché certe "garanzie" non impedivano di acquistare l'uovo marcio.

In fondo al banco della pizzicheria tre tipi di mortadella: una sicuramente era di somaro, ma questo veniva taciuto. Lontani erano anche i tempi della mortadella senza polifosfati. E ancora il prosciutto, sempre grasso, che veniva tagliato a mano. Il coltello pendeva dalla parte del magro se il cliente insisteva, si raccomandava, reclamava ed era un cliente abituale. Il coltello pendeva inesorabilmente verso la parte grassa se il cliente non reclamava, non era una donna, ovvero non era un cliente abituale.


Posted by Valentina Ambrosini at 11:59 AM

Aprile 30, 2003

I fiori di San Giovanni

La festa di San Giovanni (24 giugno) coincide, in Carnia, col pieno rigoglio della natura, quando tutte le piante sembrano avere il massimo della loro forza vitale.
Così, da secoli, si usa, accanto ad altri riti propiziatori, impartire in questo giorno la benedizione ai fiori.
Durante la mattinata del 24 giugno, donne e bambini si riversano nei prati, dove avviene la raccolta, secondo scelte e regole trasmesse di generazione in generazione. I mazzi poi, in uno scenario multicolore, vengono benedetti nel pomeriggio in chiesa, con una solenne e suggestiva cerimonia.

Conservati in soffitta e bruciati al momento opportuno, questi fiori benedetti devono, per lo più, preservare la campagna dalla grandine e la casa dai fulmini, ma sono anche ritenuti terapeutici.
Infatti, accanto alle piante di preciso significato preservativo, quali il nocciolo ed il cacciadiavoli, si includono nel mazzo anche diverse piante medicinali, quali la melissa e la camomilla, con uno scopo curativo: basteranno pochi frammenti di queste piante benedette per preparare utili e sani infusi.

Posted by Valentina Ambrosini at 11:26 AM

Febbraio 28, 2003

Festa delle camelie: Locarno 26 - 30 marzo 2003

La camelia arriva dal Giappone, ma a Locarno ha trovato clima ideale e terreno dove metter radici. Tanto che nel parco botanico Eisenhut ne crescono 600 varietà diverse e una è stata registrata con un nome ticinese, Camelia japonica Ascona.
Proprio da questo giardino provengono molte delle 300 specie presentate in piazza Grande dal 26 al 30 marzo.

E' un'occasione per acquistare piante, ascoltare i consigli degli esperti e avvicinarsi alla cultura della patria delle camelie.
Si potrà assistere a conferenze sul feng shui, concerti di musica giapponese, lezioni di ikebana.
Da non perdere la cerimonia del tè, che ha un legame stretto con la regina della festa: la bevanda più amata dai giapponesi e dagli inglesi si ricava infatti da una varietà di camelia.

Quando: dal 26 al 30 marzo 2003
Dove: in piazza Grande, Locarno
Contact: tel. 0041.917.910.091; www.camellia.ch
Orari: 10-19; mer. 15-19;gio 10-21
Ingresso: 8 franchi svizzeri

Posted by Valentina Ambrosini at 02:08 PM