Marzo 12, 2006

Resdora


Slow Food impegnato nel modenese per recuperare la memoria storica della resdora.
Video, interviste e foto per tramandarne i saperi

Tra qualche decennio, della resdora modenese resterà probabilmente solo il ricordo. A causa dei cambi generazionali avvenuti e delle modificate condizioni economiche e sociali, la “reggitrice” del desco familiare, la massaia-governante-cuoca di un tempo che amministrava con oculatezza e sapienza le risorse alimentari del territorio rischia di sparire portando con sé un patrimonio di tradizione, di cultura, di saper fare: quel valore aggiunto che ha saputo trasformare una cucina territoriale nel simbolo internazionale del mangiar bene.

La Provincia di Modena ha deciso di avviare un lavoro di recupero di questo patrimonio di conoscenze ed esperienze, attraverso uno studio – finanziato con risorse del Fondo sociale europeo - della storia e le tradizioni gastronomiche. Il bando è stato vinto da Slow Food, da anni impegnato nella difesa e nel recupero di questi valori, e il Comitato scientifico che guiderà la ricerca sta avviando in questi giorni il lavoro.

«E’ un lavoro che rientra pienamente nella filosofia di Slow Food – spiega il coordinatore del comitato scientifico, Alberto Fabbri, che è responsabile regionale del movimento della chiocciola - e riteniamo che quest’opera di raccolta e documentazione della provincia di Modena possa proporsi come un esempio, a cui potranno fare riferimento molte altre realtà italiane, di trasmissione e conservazione della cultura contadina e delle sue ricette in quanto punta a rendere questo materiale utilizzabile attraverso testi, materiale didattico, immagini, ricette».

«Questo studio ha una doppia valenza – spiega il presidente della Provincia di Modena Emilio Sabattini – A livello locale può essere uno strumento al servizio dell’attività didattica, non solo per corsi di educazione al gusto nelle scuole ma anche per gli istituti di formazione professionale. Fuori dal territorio modenese invece – prosegue Sabattini - rappresenterà un documento di promozione utile a far conoscere meglio la storia, le tradizioni gastronomiche e i prodotti tipici della provincia modenese».

Si procederà innanzitutto alla raccolta del materiale, incontrando e monitorando in tutta la provincia le tante voci ancora in grado di raccontare la storia e le tradizioni culturali e gastronomiche. Le interviste saranno realizzate effettuando anche registrazioni audiovisive, proprio per immortalare tecniche, pratiche e lavorazioni del tutto particolari. A realizzarle saranno operatori ma anche studenti dell’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo (Cuneo), primo ateneo al mondo interamente dedicato alla cultura del cibo. Alla fine, si procederà ad una selezione della parte filmata con cui realizzare i video, archiviando comunque tutta quella non utilizzata che rimarrà, così, consultabile.

Il territorio è stato suddiviso in cinque aree aggiungendovi anche due ulteriori “contesti culturali” nei quali si possono rintracciare quegli elementi che hanno fortemente caratterizzato la provincia di Modena: la Città, la Bassa, la Collina e la Montagna, i territori di contaminazione e di confine, le ascendenze estensi e la cultura del maiale.

Per lo svolgimento dello studio, Slow Food ha deciso di coinvolgere nomi eccellenti del territorio: dagli chef Massimo Bottura, Laura Galli Morandi e Italo Pedroni ai fotografi Franco Fontana e Beppe Zagaglia, i quali hanno assicurato la loro collaborazione per documentare anche con immagini fotografiche la ricerca sul territorio.

Ufficio stampa Slow Food
Via della Mendicità Istruita, 14
12042 Bra (Cn)
0172 419615/ 45/ 53 /66

Posted by Valentina Ambrosini at 02:22 PM

Novembre 03, 2004

Appuntamento con le vongole del capitano Achab

Kerry si è seduto allo stesso tavolo di John Fitzgerald Kennedy, il presidente più amato. All’Oyster House di Boston, il ristorante più antico d’America, che serve molluschi dal 1826.

John Kerry, l'immagine della prudenza in terra, è appena tornato a casa, quando quel po' di gente in Copley Square comincia a gridare e cantare, «Go go Kerry», «Forza Kerry», e anche il cantante John Bon Jovi spara un urlo dal palco: perché su uno schermo, vicino all'immagine della gigantesca bandiera agitata dal vento, è apparso il doppio numero 77-66. Vuol dire che adesso, alle otto e mezzo di sera, Kerry ha 77 voti elettorali, Bush 66; e vince chi arriva a 270. I capi democratici invitano alla calma, ma la piazza si sta riempiendo e si accende. Si aspettano trentamila persone, la festa è in ritardo di mezz'ora, un'ora, un'ora e mezzo, proprio perché nessuno ha voluto rischiare. Ma arriva Ted Kennedy, si lascia andare: «Dopo i Red Sox e i Patriots, un altro trionfo dei bostoniani: abbiamo il nuovo presidente, è di qui, è John Kerry». Boato, «Go go Kerry». Arriva Victoria, la figlia dello sfidante, un sorriso di troppo lascia capire che anche lei è ottimista, molto ottimista, e non per motivi di propaganda. Fra due ore, l'appuntamento: arriveranno insieme Kerry ed Edwards, il numero due. «Allora vedrete», grida una marea di ragazzi, già sicuri che le ostriche hanno portato fortuna. Le ostriche erano e sono quelle dell'Oyster House di Boston, il ristorante più antico d'America - serve molluschi dal 1826 - e anche il luogo dell'anima per tutti i democratici, il nido della tradizione pre-elettorale, là dove si va per affetto e scaramanzia. E dove, alle due del pomeriggio di questa giornata lunghissima, Kerry sedeva al tavolo che fu di John Kennedy.
Momenti storici, per la gente di qui. In realtà, Kerry non ha ordinato ostriche ma «clam chowder», la zuppetta tipica di questa costa, probabilmente prediletta anche dal capitano Achab; e poi «littleneck», quella specie di vongole brune e un po' dure del Nord, molto popolari e amate anche perché costano poco e si dice che aiutino a prevenire il cancro. Ma perle o no, l'ispirazione c'è lo stesso. L'atmosfera, anche. E la speranza pure.
Il tavolo con la «cabina» di legno prenotato da Kerry è appunto quello di Kennedy; il vecchio porto dove due secoli fa si aggiravano spie e rivoluzionari è a due passi, lì dietro; le foglie rosse sui marciapiedi intorno sono quelle così particolari dell'autunno nel New England. E la folla che si raccoglie davanti alle antiche vetrine, con i berrettini rossi dei campioni di baseball «Red Sox», grida «Five more hours»: «Ancora cinque ore» e avrai le chiavi della Casa Bianca. Presagi perfetti, nemmeno le fattucchiere della vicina Salem avrebbero potuto organizzarsi meglio. Ma alla scaramanzia, prudentissimo, Kerry ha dedicato in fondo tutta la sua giornata elettorale: dall'alba, quando nel Wisconsin ha gridato ai suoi «E ora, finiamo il lavoro!»; alle dieci di sera e più oltre, quando nella Copley Square trasformata in palcoscenico da un milione di dollari, trentamila persone hanno acclamato il loro capo, sull'onda dei primi sondaggi tanto eccitanti quanto precari. Lui usciva ed entrava dall'hotel Copley, si sedeva su una poltroncina davanti ai quadri elettronici dei risultati, chiacchierava con i cronisti. E aveva sempre in tasca o nella borsa, lo ha detto più volte, i quattro talismani che non molla mai: la spilletta-quadrifoglio, la piastrina da capitano della Marina riportata dal Vietnam, il portafortuna regalatogli nel New Mexico da un'indiana Navajo, e la nocciolina dell'Ohio («la metterò sulla scrivania della Stanza Ovale, sotto un bicchierino...»). Cielo pieno di nuvoloni, a Copley Square, vento umido dal mare, voci contrastanti da migliaia di seggi in tutto il paese: ma era già festa, da almeno due ore, anche se ancora non vi erano certezze. «Lo dice Drudge Report, il sito Internet: siamo a 50, e Bush a 48! E'sicuro, lo hanno già detto i cronisti del Boston Globe !». Lui, Kerry, il volto da bracco stanco dopo mesi di inseguimento nella foresta, smorzava: «Comunque vada a finire, il nostro paese sarà più forte e andrà avanti. Perché noi siamo americani, ed è questo che dobbiamo fare: andare avanti. Come crede anche il presidente». Pacato, sornione, quasi tenero. Prima però, per 18 ore di fila, aveva ripetuto l'esatto contrario, da mastino e non da bracco: «Chiedete conto al presidente del suo operato. Ora avete una scelta, tutta l'America ha una scelta.
E anche il presidente ha fatto le sue: il crollo nei posti di lavoro, il deficit interno, la sanità in pezzi, l'Iraq allo sbando. George W. Bush ha fatto le sue scelte, quando ha scatenato la guerra sena preparare la pace.
Chiedetegliene conto».
Sono state diciotto ore frenetiche: dalla Florida, con l'ennesimo abbraccio a Bruce Springsteen («Ehi, questo tizio canterà alla Casa Bianca...») a Cleveland nell'Ohio, infine nel Wisconsin e nel Massachusetts.
Diciotto ore apparentemente pianificate in tutto, in realtà lasciate ad un poco di improvvisazione, specie quando il senatore è stato raggiunto dalle sue donne: la moglie Teresa, tutta vestita di verde, e le figlie Vanessa ed Alex. Allora si è avvertito, o almeno così è parso, qualche attimo di commozione: «E'stato un lungo viaggio - ha detto Kerry ai consiglieri e alle sue donne - che abbiamo fatto insieme. Sono commosso dalla nostra gente, dalla bellezza del nostro paese. Vi ringrazio tutti, ne è valsa la pena: ed ora portiamo l'America in un posto più sicuro, e migliore».
Prima mattina a La Crosse, Wisconsin, luogo dove i democratici hanno sempre vinto nelle ultime sette tornate presidenziali, compresa quella del 2000: ancora e sempre scaramanzia. Chiacchierate in Tv, applausi, la mano levata verso gli spettatori in un altro segno propiziatorio, il «cinque» degli sportivi. Poco dopo mezzogiorno, volo fino a Bedford, alla base militare nei pressi di Boston. Alle 13, due passi intorno al Palazzo di Stato del Massachusetts, nel pieno centro della capitale: qui Kerry prende un fascio di volantini, li distribuisce ai passanti entusiasti (America regno della comunicazione: nelle stesse ore, all'altro capo del paese Bush risponde dal centralino telefonico del suo partito).
Alle 13, sempre nel Palazzo di Stato, il voto al seggio elettorale dove il senatore è iscritto. Una poliziotta lo accompagna, la mano sulla spalla, lui impiega naturalmente un millesimo di secondo ad esprimere la sua scelta. . Intanto, Teresa Kerry si è staccata dalla comitiva: è andata a Pittsburgh, Pennsylvania, dove c'è il suo seggio ed anche una delle sontuose cinque dimore della coppia. I due coniugi si salutano con un abbraccio, nuovo appuntamento qui in piazza al tramonto. Adesso John Forbes Kerry, candidato alla guida dell'ultima superpotenza, ha un appuntamento con le vongole del capitano Achab.

di LUIGI OFFEDDU
Corriere della Sera, 3 novembre 2004

Posted by Valentina Ambrosini at 06:31 AM

Gennaio 11, 2004

La cucina degli egizi

Gran parte delle informazioni concernenti la dieta degli antichi egizi proviene dalle tombe. Qui sono raffigurate le cosiddette "liste delle offerte", in cui vengono elencati tutti gli oggetti di cui il defunto aveva bisogno nel mondo ultraterreno.
Altre informazioni provengono dalle rappresentazioni delle offerte. Molti recipienti trovati nelle tombe contenevano alimenti ormai scomparsi, ma che sono stati identificati grazie alle iscrizioni e alle ricerche scientifiche. Gli eredi o i discendenti del proprietario della tomba dovevano far sì che a quest'ultimo non mancassero gli alimenti e le bevande necessari alla vita ultraterrena. Altrimenti, l'arte e la scrittura avrebbero compensato magicamente questa assenza. Ecco perché nelle tombe sono rappresentate offerte di molti alimenti, i più comuni dei quali erano di solito carne, pane, ortaggi e frutta. Gli egizi erano bravi cuochi.

Il Papiro Ebers ricorda che essi utilizzavano il burro, il grasso d'oca e la crema di latte. Si usavano due tipi di grassi: l'uno animale (adkh) e l'altro vegetale (merhet). Gli oli vegetali si ottenevano dal sesamo, dal ricino, dai semi di lino e dal ravanello. L'olio d'oliva fu importato dai paesi mediterranei. Il latte era destinato sia ai bambini sia agli adulti. Il sale marino era considerato impuro, poiché proveniva dal regno di Seth, dio del male, ma si otteneva dall'oasi di Siwa e da altri depositi. Gli egizi cucinavano con carbone dolce e legna. Le cucine consistevano in piccoli fornelli mobili di terracotta, di forma cilindrica, aperti in alto e con una porticina nella parte inferiore. I poveri utilizzavano marmitte, poste su tre pietre; erano di terracotta, così come le casseruole. Gli egizi facevano due pasti al giorno, all'alba e verso sera. Mangiavano inginocchiati davanti a un tavolo basso e rotondo, in piatti comuni, con le mani. I banchetti dei nobili erano invece assai sontuosi e preparati con cura. Si sa poco di come cucinavano la carne, ma Erodoto racconta come preparavano gli uccelli da cortile: «Alcuni uccelli, come quaglie, anatre e polli, venivano conditi e mangiati crudi; altri uccelli e i pesci, se non erano considerati sacri, si consumavano cotti o soltanto scottati». Gli egizi preparavano paste addolcite con miele e aromatizzate con sesamo, anice o frutta. I pasticceri non utilizzano un forno ma una lamiera con sostegni posta sul fuoco.
Il pane era alla base della dieta degli Egizi, in questo mondo e nel mondo ultraterreno. Gli Egizi mangiavano le uova dei cosiddetti "uccelli da cortile". Curiosamente, alcune prescrizioni mediche raccomandavano uova contro la diarrea. In molte scene di tombe sono raffigurate le modalità di pulitura del pesce: come gli venivano tolte le squame e la testa, come veniva aperto e privato delle interiora o come veniva cucinato. Il pesce, che era importato, veniva essiccato al sole o salato. In Egitto c'erano i fichi del tipo che anche noi consumiamo, e quelli di sicomoro. Questi ultimi erano frutti riveriti dagli Egizi, poiché provenivano da un albero sacro. Per tale motivo essi appaiono di solito nelle tombe. I datteri si mangiavano crudi: i poveri li utilizzavano come dolcificante, poiché il miele era alla portata solo
dei ricchi. La parola che indicava i datteri era bener, che significava anche "dolce" e "gradevole". Il loro succo fermentato si usava come vino o per aromatizzare la birra.

Posted by Valentina Ambrosini at 10:14 PM

Settembre 16, 2003

I cucinieri che sfamarono i dannati di pietra

Angelica era una cuoca all’ertana, quindi essenziale, ma la cuoca valdostana era una donna che appendeva sul filo dello stendipanni pregi e difetti, vizi e virtù.

Mauro Corona
Nel legno e nella Pietra. Mondadori


Che hanno scritto la storia della cava sul monte Buscada non sono stati solamente gli scalpellini, i minatori o i manovali di terza categoria, ma anche gli indispensabili esponenti dell’arte culinaria, cioè i cuochi.
Che io sappia, i cucinieri, che, alternandosi negli anni, sfamarono i dannati di pietra, furono cinque, quattro donne e un uomo.

Forse sono stati di più, ma io posso ricordare soltanto quelli che ho conosciuto personalmente. Il rappresentante maschile di quella ormai scomparsa cucina d’alta quota fu Toni dell’Angiola, classe 1923, serio, preciso, taciturno e, soprattutto maniaco della pulizia fino all’ossessione. Non versava mai del vino nello stesso bicchiere senza prima averlo risciacquato ogni volta: se mesceva venti volte, per venti volte ti lavava il bicchiere. Nel periodo che lavorò alla cava io non ero ancora stato assunto, ma di Toni fui molto amico. Abitava poco distante da casa mia ed era un raffinato. Fu colui che mi iniziò all’orribile liquore Strega, prima che passassi, di mia iniziativa, all’acquavite e affini.
Dopo di lui una ragazza poco più che ventenne cucinò in Buscada. I cavatori mi raccontavano che era talmente bella da far perdere la testa anche a coloro che non avevano più l’età per farsi avanti.

Fu sostituita da un’altra ertana, già anzianotta, brava e spigliata, che introdusse un po’ di fantasia nella cucina della cava. Per un breve periodo, purtroppo nemmeno un’estate, ci deliziò il palato con cibi nuovi e, udite udite, non di rado riusciva a far apparire anche qualche torta di mele.

Ma la cuoca del Buscada che rimarrà per sempre nei miei ricordi è l’ertana Angelica Filippin.
Ange non era soltanto colei che cucinava per i dannati all’inferno della cava. Era un’amica, una mamma, una consulente, un riferimento per tutti noi, giovani e vecchi. Quando sfamava i cavatori avrà avuto sessantacinque anni, ma ne dimostrava dieci di meno. I suoi capelli quasi bianchi non riuscivano ad invecchiarla perché aveva il viso come quello di una bambina, liscio e senza ombra di ruga. Il corpo asciutto, essenziale e le gambe dritte le conferivano un aspetto giovane, accattivante. Si muoveva come il camoscio. Angelica era una cuoca all’ertana, quindi essenziale. Le sue specialità non andavano oltre a polente, spezzatini, pastasciutte e minestroni. Servite però in proporzioni abbondanti.

Una volta l’Angelica si assentò per quindici giorni. Il capo fece arrivare una sostituta dalla Val d’Aosta. Era una donna di circa sessanta anni, simpatica, rubizza un po’ tracagnotta, che non disdegnava il bicchiere di vino. Un giorno, mentre riprendevo il lavoro dopo la pausa pranzo, vidi i due malgari di casera Bedin avvicinarsi alla baracca. Alla sera, quando staccammo, notai i due pastori che scendevano il sentiero della val Semola trascinandosi sul fondoschiena. Fu chiaro a tutti che avevano attinto con abbondanza al vino della mensa.
Giunti in baracca ci accorgemmo che accorgemmo che sui tavoli non vi era traccia di cibo. In compenso dalla cucina proveniva un canto allegro dal timbro inequivocabile. La valdostana cantava a squarciagola. Era evidente che aveva tenuto testa ai malgari nel dar fondo alle scorte della cantina. Quella sera, muovendosi a zig – zag, ci servì una ciotola a testa di pane bollito in acqua con un po’ di sale. Il capo la prese male.”Signora, se devo mangiare pane e acqua come i carcerati, mi serva solo l’acqua che il pane voglio mettercelo io!”.
Ridemmo parecchio mentre Carlon trafficava per cuocere una pastasciutta.
Di quella cuoca mi rimane un bel ricordo. Quello di una donna simpatica, onesta al punto di proporsi così come era, senza nascondimenti e finzioni. Una donna che appendeva sul filo dello stendipanni pregi e difetti, vizi e virtù.

Posted by Valentina Ambrosini at 10:56 AM

Giugno 13, 2003

La Pizzicheria

“Ho mangiato un pizza alla pizzicheria sulla piazzetta di Pisa”.

Inizia con uno scioglilingua la mia ricerca sul mondo delle salsamenterie, delle pizzicherie, delle drogherie. Nomi che evocano profumi e sapori. Insegne ormai scomparse, sostituite da supermercati, discount e centri commerciali.
C'era una volta il piccolo, modesto commerciante, quello che veniva periodicamente visitato dal rappresentante, quasi sempre un amico al quale ci si rivolgeva con il "lei" e che faceva precedere la sua imminente visita da un avviso di passaggio, una specie di cartolina, oggi diventata rarità filatelica, scritta a mano con buona grafia, con modo educato, ma non distaccato, sollecitando a volte anche un pagamento scaduto.

Questi avvisi di passaggio valevano una telefonata, ma erano più personali, più incisivi e poi, avevano il grande merito di arrivare puntuali: la posta era una cosa seria e il francobollo costava pochi centesimi. Il piccolo commerciante rappresentava il nerbo dell'economia di allora. Puntualmente, apriva presto la sua bottega e l'orario era continuato fino a sera tardi. Esponeva la sua merce, quasi sempre ridotta all'essenziale.
La freschezza era affidata ad arrivi settimanali.
I negozi alimentari vendevano soprattutto il pane, che era quasi sempre di pochi tipi e la pasta sfusa. L'anonima pasta, piatto fondamentale, sommariamente condita, correva verso avidi appetiti. Quasi sempre da un lato del negozio erano allineati, rimboccati, paffuti, tetragoni, i sacchi di riso, fagioli, lenticchie e ceci. Già, i ceci .... il venerdì si vendevano anche bagnati. Erano lì, cicciotti, aggregati a formare una piramide nella tinozza verde di coccio, in parte sommersi ancora dall'acqua di bicarbonato. Di fianco un altro coccio, quello del baccalà, quello comune e quello denominato “di San Giovanni”.
Il bottegaio prendeva un foglio di carta paglia, ne faceva due parti uguali, da cui ne ricavava rapidamente un cartoccio per il mezzo chilo di ceci e l'avvolgimento per i tre etti di baccalà. La gialla carta, durante il ritorno a casa s'impregnava d'acqua, ad eccezione dell'appendice in basso del cartoccio. Il baccalà, pregno di umidità, riduceva quella carta a poche scaglie, alcune delle quali si perdevano per la strada, non potendo la maggior parte delle volte disporre di una borsa.
Sul bancone della pizzicheria, quattro cubici barattoloni di vetro, con coperchi di alluminio tutti ammaccati, costituivano l'unico ostacolo visivo verso la bilancia Berkel, il cui nome infondeva un senso di fiducia. Era un bilancia rossa di quelle con un lancettone proteso verso l'altro, quasi a voler dare un senso di esattezza.
Da una parte un piccolo piatto bianco e dall'altra un contenitore di ottone ossidato, graffiato, battuto, che certamente all'origine doveva essere lucidissimo: lì saltellavano i pesi, con un rumore sordo e sempre uguale. Nei barattoloni di vetro c'erano i dadi da brodo Maggi, il cacao amaro, il cacao dolce e i grani di caffè. I prodotti per il bucato erano stipati in due sudice casse sotto il bancone, una bassa e una alta: in quella bassa i sacchetti di sodina, uno dietro l'altro, su uno strato di altrettanti sacchetti rotti; nella cassa alta una mercanzia diseguale, quasi simile alle carrube e tutto alla rinfusa, di aspetto scuro, che emanava uno strano odore, secco, ma penetrante, quasi fastidioso: era la radica saponaria, che bollita dava un colore bianco alle lenzuola, un bianco che non ho visto mai più. In fondo c’era una latta con la pomice, seminascosta.
L'insegna di alcune pizzicheria indicava “Pane, Pasta e Drogheria”.
Il pane indicava l'essenziale e la pasta era la sua necessaria sorella fedele.
Sulla vetrina, quali uniche calcomanie, spiccavano: un omino con l'indice rivolto verso la sua lucidissima scarpa ad indicare la reclame di un famoso lucido, la cosiddetta "cromatina", una sognante ragazza tutta vestita che usava soltanto saponette Palmolive, la figura di una pompa a manovella per spruzzare il flit.
Un tipo di spesa giornaliera per una normale famiglia poteva comprendere:
- un chilo di pane;
- tre etti e mezzo di pasta;
- un etto di conserva;
- un etto di marmellata;
- un etto di alici salate;
- mezzo etto di pecorino;
- un etto di mortadella, o di coppa, o di sfrizzoli.

Sul bancone della pizzicheria, divise a seconda della grandezza e quindi con prezzo differente, tante uova; da un lato un piccolo cesto con poche uova, quelle di giornata. Queste ultime, "da bere", erano esenti dall'esame dell'occhio magico posto alle spalle del negoziante. Era una strana operazione che si svolgeva appoggiando il fondo dell'uovo contro un foro circolare, spingendo il quale si accendeva una lampadina. Cosa indicasse o verificasse o volesse collaudare, non l'avrei mai potuto capire, anche perché certe "garanzie" non impedivano di acquistare l'uovo marcio.

In fondo al banco della pizzicheria tre tipi di mortadella: una sicuramente era di somaro, ma questo veniva taciuto. Lontani erano anche i tempi della mortadella senza polifosfati. E ancora il prosciutto, sempre grasso, che veniva tagliato a mano. Il coltello pendeva dalla parte del magro se il cliente insisteva, si raccomandava, reclamava ed era un cliente abituale. Il coltello pendeva inesorabilmente verso la parte grassa se il cliente non reclamava, non era una donna, ovvero non era un cliente abituale.


Posted by Valentina Ambrosini at 11:59 AM

Febbraio 06, 2003

Il vasetto di marmellata, i sassi, i piselli, la birra

Un professore di filosofia, in piedi davanti alla sua classe, prese un grosso vasetto di marmellata vuoto e cominciò a riempirlo con dei sassi, di circa 3 cm. di diametro. Una volta fatto chiese agli studenti se il contenitore fosse pieno ed essi risposero di sì. Allora il Professore tirò fuori una scatola piena di piselli, li versò dentro il vasetto e lo scosse delicatamente. Ovviamente i piselli si infilarono nei vuoti lasciati tra i vari sassi. Ancora una volta il Professore chiese agli studenti se il vasetto fosse pieno ed essi, ancora una volta, dissero di sì. Allora il Professore tirò fuori una scatola piena di sabbia e la versò dentro il vasetto. Ovviamente la sabbia riempì ogni altro spazio vuoto lasciato e coprì tutto. Ancora una volta il Professore chiese agli studenti se il vasetto fosse pieno e questa volta essi risposero di sì, senza dubbio
alcuno.

Allora il Professore tirò fuori, da sotto la scrivania, 2 lattine di birra e le versò completamente dentro il vasetto, inzuppando la sabbia. Gli studenti risero . "Ora," disse il Professore non appena svanirono le risate, "voglio che voi capiate che questo vasetto rappresenta la vostra vita. I sassi sono le cose importanti - la vostra famiglia, i vostri amici, la vostra salute, i vostri figli - le cose per le quali se tutto il resto fosse perso, la vostra vita sarebbe ancora piena. I piselli sono le altre cose per voi importanti: come il vostro lavoro, la vostra casa, la vostra auto. La sabbia è tutto il resto......le piccole cose." "Se mettete dentro il vasetto per prima la sabbia," continuò il Professore "non ci sarebbe spazio per i piselli e per i sassi. Lo stesso vale per la vostra vita. Se dedicate tutto il vostro tempo e le vostre energie alle piccole cose, non avrete spazio per le cose che per voi sono importanti. Dedicatevi alle cose che vi rendono felici: giocate con i vostri figli, portate il vostro partner al cinema, uscite con gli amici. Ci sarà sempre tempo per lavorare, pulire la casa, lavare l'auto. Prendetevi cura dei sassi per prima - le cose che veramente contano. Fissate le vostre priorità...il resto è solo sabbia." Una studentessa allora alzò la mano e chiese al Professore cosa rappresentasse la birra. Il Professore sorrise. "Sono contento che me l'abbia chiesto. Era giusto per dimostrarvi che non importa quanto piena possa essere la vostra vita, perché c'è sempre spazio per un paio di birre :-)

Posted by Valentina Ambrosini at 06:57 PM

Dicembre 19, 2002

Alajmo pensiero

Massimiliano Alajmo, chef delle Calandre di Rubano (Padova) - tre stelle Michelin - ideatore del risotto alla polvere di caffè e capperi di Pantelleria, crede che la cucina sia un pò come la musica: si tratta di trasferire qualcosa a qualcuno.

Che cosa?

Emozioni, piacere e cultura.
Materia e spirito.
Il cibo è un gioco, ma serio. Ti fa ricordare un profumo passato, ti fa immaginare nuovi sapori :-)

Qualcuno può mandarmi la ricetta del risotto alla polvere di caffè e capperi di Pantelleria?

Posted by Valentina Ambrosini at 04:46 PM

Dicembre 06, 2002

Chi è stato il primo gastronauta?

Leggo ne "Il gusto dell'agro" di Misette Godard che ...

"nel I secolo d.c. la bontà di un pasto non si misura più dall'appetito ma dalle spese sostenute.
E' il tempo di Apicio, che ha legato il suo nome ai fasti della tavola e che simboleggia la stravaganza culinaria, con le sue preparazioni di zampini di camoscio o di lingue di pavone: l'innovatore che fa tagliare le creste ai polli vivi, annega le triglie nel garum per preparare l'allec usando solo il loro fegato, oppure fa ingozzare le oche con fichi secchi prima di ammazzarle dando loro da bere vino mielato.

E' Apicio che offre, all'asta di una triglia di 4 libbre, sino a 5.000 sesterzi, o che, avendo sentito che in Libia esistevano gamberi più grandi di quelli che si pescavano in Italia, noleggia di corsa un battello per arrivare fin là, ma se ne ritorna senza nemmeno sbarcare, deluso da ciò che gli offrivano."

Sarà stato lui il primo Gastronauta d'Italia?

Posted by Valentina Ambrosini at 10:56 AM